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Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Cosa vale più della mia vita?

Ancora, come le scorse domeniche, il vangelo secondo Matteo. L'evangelista ci dice già, fin dal primo versetto, tutto ciò che Gesù annunciò ai suoi discepoli: il fatto che doveva soffrire, morire per mano dell'uomo e, in fine, essere risuscitato dal Padre.
Dal blog di Alessandro Anderle - 02 settembre 2017 - 19:33

Dopo il riconoscimento di Gesù da parte di Pietro come «Cristo, Figlio di Dio» - sul quale Gesù chiese il silenzio - e l'istituzione dell'Apostolo come «pietra» su cui verrà edificata la comunità dei credenti in Cristo (la Chiesa), Gesù annuncia per la prima volta ai discepoli la direzione verso cui si stava – e si stavano – incamminando: la croce. E, come le scorse domeniche, anche questo brano è tratto dal vangelo secondo Matteo:

 

Mt 16,21-27    In quel tempo, 21 Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27 Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

 

L'evangelista ci dice già, fin dal primo versetto, tutto ciò che Gesù annunciò ai suoi discepoli: il fatto che doveva soffrire, morire per mano dell'uomo (gli anziani, i capi dei sacerdoti e quelli degli scribi erano le tre “guide” del sinedrio) e, in fine, essere risuscitato dal Padre.

 

Il tempo era ormai maturo per svelare, definitivamente, a chi aveva scelto di seguirlo la “verità” del suo essere «Cristo, Figlio di Dio»: non una Guida politica, uomo trionfante fra i miseri trionfi umani, ma Messia che avrebbe dovuto soffrire – Servo, nel suo senso profondo, viscerale – e morire. Gesù annuncia ai discepoli anche la propria resurrezione, ma l'attenzione degli ascoltatori ormai era tutta assorbita dall'oscurità di questa morte appena profetizzata.

 

Pietro sembra non accettare la Parola di Gesù, la sua rivelazione, ed è – molto umanamente, fino a diventare commovente – tentato di “salvare” il Salvatore. La risposta del primo degli Apostoli, già designato come fondamento della Chiesa, è un rimprovero.

 

Il rimprovero, forse, di chi non vuol sentire, accettare questa notizia sconcertante – e scandalosa. Forse i discepoli riponevano ancora in Gesù l'aspettativa di un altro genere di liberazione, quella che si pensa possa essere operata con la potenza, con la forza. Per questo Gesù risponde a Pietro chiamandolo “Satana”, colui che già aveva tentato la carne, l'essere mortale della persona nata a Nazareth. Rimprovera il discepolo, ma non lo scaccia: lo ri-manda al suo posto, “dietro” e non davanti, alla sequela.

 

Poi, Gesù, chiarisce – se così ci si può esprimere. Egli annuncia anche le condizioni che, coloro i quali decideranno di seguirlo, dovranno “accettare”, far loro proprie. Sembra paradossale che Gesù parli già della croce, anzi, che dica: «se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

 

In realtà la condizione di questa morte ignominiosa ed infamante era già, e molto bene, nota al popolo d'Israele. La questione, qui, però è un'altra: che cosa significa “prendere la propria croce”? Anzitutto la sofferenza, il patire di chi sceglie, in ogni istante della propria vita, di non cancellare la realtà per rinchiudersi in una personalissima e solipsistica a-patia. Si patisce proprio perché ci si decide nel prendere su di sé questa croce che è rappresentata dalla realtà, composta di altri esseri umani e altri esseri viventi.

 

La domanda formulata qui da Gesù è perfetta: «che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?». Quale valore attribuiamo alla nostra vita? O, andando fino all'estremo, per che cosa si esiste? Perché ci si alza tutte le mattine e ci si decide a favore della vita?

 

È una domanda radicale che Gesù in-scrive nella prospettiva della morte: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Chi cerca di “salvare” la propria vita lo potrà fare solamente in una prospettiva umana, magari accumulando denaro, cercando la popolarità, facendo in modo – in tutti i modi – di rimanere nella memoria e nella storia.

 

E questo significa, appunto, perdere la vita, come se il tempo che abbiamo lo bruciassimo lentamente per soddisfare il nostro bisogno di affermazione. Quante volte alla domanda “chi sei?” si riesce a rispondere solamente con quello che si fa.

 

Quindi la morte assume una connotazione differente, essa si trasforma nella condizione di chi riesce a vivere nella realtà, con l'altro che mi chiama costantemente ad essere – e ad agire. Chi sceglie la morte, paradossalmente, non muore.

 

E non si chiude nemmeno in una forma estrema di pessimismo antropologico, cosmico. Chi sceglie la morte è colui che anela a nascere nuovamente, a ri-nascere non per se stesso, ma per l'altro, per il totalmente Altro. Un essere rigenerato che non accade per volere del soggetto, allo stesso modo della nascita biologica, ma che si “patisce” solamente se si è pronti a soffrire con il fratello o la sorella sofferenti, se ci si annulla nel com-patire.

 

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