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Cibarsi degli animali? Si può fare, lo dice anche la Bibbia
L'uomo può cibarsi degli animali? La risposta è sì, all'umanità viene concesso, e, più precisamente, è una concessione che Dio fa nell'alleanza che stipula con Noè dopo il diluvio universale
Dal blog di Alessandro Anderle - 20 agosto 2017 - 19:14

Il recente dibattito sull'abbattimento dell'orso in Trentino - senza entrare nel merito di una discussione che sembra sempre più farsi tifoseria a-critica - ha quantomeno evidenziato un'attenzione sempre crescente sulle tematiche ambientali ed ecologiche.

 

Tematiche attorno alle quali anche la produzione teologica comincia ad essere via via sempre più consistente. Dal punto di vista del magistero, l'enciclica Laudato si' di Papa Francesco – il quale, altresì, ammonisce dalla tendenza contemporanea a porre l'animale sopra l'uomo – ha ufficialmente sdoganato il tema in ambito cattolico. Una domanda a questo punto è lecita: la Bibbia parla degli animali? E se lo fa, in quali termini?

 

La risposta alla prima domanda è facile: il testo biblico parla dell'animale fin dalle sue prime pagine, le pagine della creazione. In esse, partendo dal primo capitolo della Genesi, si legge che il compito dell'umanità è quello di soggiogare la terra e dominare sugli animali.

 

Il modo in cui ciò doveva concretizzarsi si trova nei versetti seguenti: «Poi Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne» (Gen 1,29-30). Il sogno di Dio, se così ci si può esprimere, era volto ad una creazione senza spargimenti di sangue. Il sangue, infatti, nella cultura ebraica, rappresenta la sede della vita.

 

Soggiogare la terra e dominare sugli animali, quindi, nelle tappe iniziali del racconto biblico non possono, in sé, assumere una valenza cruenta. Il soggiogare è un “mangiare i suoi frutti”, un “coltivare”, un “prendersene cura”. Allo stesso tempo il dominio sugli animali si esplica in un “ordinare”, oppure, come si legge nel secondo capitolo di Genesi, nel “dare un nome”.

 

Detto ciò, sorge una domanda: all'uomo, quindi, non viene mai consentito (il verbo “consentire”, qui, si esplica solamente alla luce di un creato che rimane proprietà del suo Creatore) di cibarsi della carne animale – e quindi di uccidere? La risposta è sì, all'umanità viene concesso di cibarsi dell'animale e, più precisamente, è una concessione che Dio fa nell'alleanza che stipula con Noè dopo il diluvio universale.

 

«Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue. Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell'uomo dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo. E voi, siate fecondi e moltiplicatevi, siate numerosi sulla terra e dominatela”. Dio disse a Noè e ai sui figli con lui: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra» (Gen 9,1-11).

 

In questo testo si rilevano alcune cose: in primis, all'uomo viene concesso di cibarsi dell'animale (e sottilmente la parola divina ricorda che in principio non era così: “come già le verdi erbe”); in seconda battuta si noterà che Dio vieta di mangiare la carne con il suo sangue, vale a dire che il Signore non vuole che all'uomo possa sorgere l'idea di possedere la vita; in ultimo si vedrà che l'alleanza che Dio stipula, non la stipula solamente con Noè, con l'umanità, ma la stabilisce con tutti gli esseri viventi. Qui il punto, teologicamente, si fa interessante, poiché se Dio stipula la sua alleanza con tutte le creature, allora sarà anche lecito dire che alla salvezza non partecipa solamente l'uomo, ma anche l'animale.

 

Il racconto biblico prosegue, nei confronti dell'animalità, con delle norme che specificano di quale animale sia lecito cibarsi e di quale no, le cosiddette norme di purità. In esse vengono anche specificati i criteri di macellazione che, per quanto possano sembrare cruenti agli occhi del lettore contemporaneo, implicavano un grande rispetto per la vita e per tutti gli esseri viventi.

 

Quest'insieme di norme vengono rispettate ancora oggi, come ai tempi di Gesù e – con ogni probabilità – da Gesù stesso. E i cristiani, quando hanno smesso di seguirle? Anche questa risposta viene fornita dalla Bibbia e, più precisamente, essa risulta essere una delle questioni trattate nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme, riportato al capitolo 15 del libro degli Atti degli Apostoli.

 

«Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue» (At 15,19-20). Le fondamenta del nostro “regime alimentare”, quindi, vanno cercate in un'altra storia, non in quella biblica.

 

Dal punto di vista teologico si può rilevare, ad esempio, che il primo traduttore della bibbia, meglio conosciuto come San Girolamo, scrisse un altro testo – decisamente meno noto – dal titolo Adversus Jiovinianum, nel quale spiega perché chi vuole essere cristiano dovrebbe astenersi dal mangiare carne. Lutero, che cinquecento anni fa fu il teologo della riforma protestante, scrisse che: «Dio è presente tanto nello spirito dell'uomo quanto nelle trippe di un topo». Karl Barth, uno dei più grandi teologi del '900, vedeva nell'astenersi dal mangiare carne animale – quindi nell'astenersi dalla loro uccisione – un'anticipazione, non richiesta, della pace della fine dei tempi.

 

Per giungere, infine, a Paolo De Benedetti, grande teologo italiano recentemente scomparso di cui non si scorderà l'opera Teologia degli animali. In essa il pensatore astigiano non esita ad affermare che «il più grande problema che la teologia ha da affrontare è il dolore degli animali», perché è simile al dolore patito dai bambini: gli animali che soffrono, soffrono senza avere colpa. L'animale, a differenza dell'umano adulto e come il bambino, semplicemente non può avere colpa, non può aver commesso nessun peccato. Anzi, «spesso, come gli angeli nelle antiche leggende, gli animali sono messaggeri del Cielo, memoria viva dell'innocenza, della grazia, della fedeltà che l'uomo ha perduto». L'animale, a differenza dell'uomo, non può non essere fedele al suo Creatore, a Dio.

 

Queste poche righe, senza pretesa di esaustività, come scritto nell'incipit vogliono essere un contributo ad una riflessione critica, ma per questo non priva del sentire che si fa compatire, patire assieme a tutto il creato. Come scrive Papa Francesco nella Laudato si', vi è l'impellente necessità «di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare».

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