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La donna cananea e la fede, confine che oltrepassa qualsiasi confine
E' bello vedere qui che la protagonista del racconto non sia solamente una pagana, che comunque viene esaudita, ma anche che sia una donna. E più precisamente una madre, che implora per la propria figlia. E mentre gli altri discutono lei si affida a Gesù
Dal blog di Alessandro Anderle - 19 agosto 2017 - 18:29

La lettura di questa domenica ha come protagonista una donna, una donna non ebrea, non appartenente al popolo d'Israele per cui il Messia avrebbe dovuto essere mandato. La missione di Gesù crea tensioni sempre più crescenti fra i giudei, soprattutto con la comunità di Gerusalemme.

 

Gli scribi e i farisei – due categorie spesso accostate nel Nuovo Testamento, ma in sé differenti – incalzano Gesù con domande sull'osservanza della Torah, in particolare sull'osservanza delle regole di purità. Gesù, citando il profeta Isaia, ricorda che al di là della fissità della Legge – e della rigidità di alcune sue interpretazioni – vi è la volontà di Dio: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano, sta distante da me. Invano mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15,7-9).Proprio a causa di queste tensioni, Gesù lascia Gerusalemme e si incamminò fuori dalla terra santa, verso il territorio dei gentili (i non ebrei), Tiro e Sidone.

 

Mt 15,21-28 In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

 

Gesù lascia Gerusalemme e i discepoli lo seguono. Durante il cammino – l'evangelista non chiarisce, esplicitamente, se l'incontro con la donna sia avvenuto già in terra pagana – una cananea si mise ad urlare a Gesù. Perché l'evangelista sottolinea il fatto che la donna fosse cananea? E che cosa significa esattamente? «La donna è detta “cananea”, un termine più arcaico di “sirofenicia” o “greca” (cf. Mc 7,26)» (A. Poppi). Il fatto che la donna sia “greca” significa che è una pagana, non faceva parte del popolo d'Israele – per il quale, secondo le profezie (ma non tutte), il Messia sarebbe stato inviato. La risposta di Gesù, infatti, va esattamente in questa direzione: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». La stessa reazione dei discepoli - che letteralmente andrebbe tradotta «licenziala, poiché ci grida dietro» (A. Poppi) piuttosto che «esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!» - indica la voglia di liberarsi subito da quella che poteva apparire come un fastidio. E che poteva attirare troppo l'attenzione.

 

Si può dire che Gesù abbia cambiato idea? E se sì, perché? In realtà, più che cambiare idea, Gesù trova, vede una cosa nella donna, essenziale per lui più di ogni “appartenenza” (che sia essa etnica, religiosa, culturale – dimensioni che, al tempo, non erano distinte, categorizzate, come oggi): la fede. La fede, si potrebbe dire, come statuto esistenziale di chi non si arrende al rifiuto, ma che continua ad implorare, come una serva, come un servo, anche gridando se ve ne fosse bisogno, il Signore. Gesù, Figlio e servo (sofferente) del Padre, ascolta le grida che implorano, che vengono da un'altra serva. Perché servire è, nella sostanza, diverso dall'essere schiavo. Il servo è servo perché accetta liberamente la propria condizione – quella che oggi potremmo chiamare creaturale. La condizione di un essere umano iscritto nel creato come creatura e non come creatore. La condizione di chi si spoglia del proprio egoismo per collocarsi nel servizio.

 

Ed è bello vedere qui che la protagonista del racconto non sia solamente una pagana, che comunque viene esaudita, ma anche che sia una donna. E più precisamente una madre, che implora per la propria figlia. Gli uomini erano occupati in importanti discussioni dottrinali, all'arrivare ad una verità sulla giusta interpretazione – e quindi applicazione – della Legge. Gli uomini avevano bisogno di questa verità quasi tangibile, della sicurezza nei confronti della “volontà” di Dio. La donna, invece, si affida e mette il proprio futuro, la vita di sua figlia, nelle mani di Gesù. Nella mani di questa Verità che camminava per via, che era, che è, parola viva e di vita.

 

L'attenzione dell'evangelista è tutta incentrata sul dialogo fra i due, il miracolo, l'evento miracoloso, rimane quasi sullo sfondo, orizzonte di possibilità per chiunque creda, per chiunque abbia il coraggio di gridare, di gemere come una creatura, «Signore, aiutami!».

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