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Storia di un "fu obeso", senza lezioni di eroismo ma di autostima sì: grazie Gabriele
Il Biancardi che ospitiamo su “Il Dolomiti” non è quello che da una vita si fodera le grandi orecchie con la pelle delle cuffie. E’ il Biancardi uomo. Un uomo di peso che un anno fa ha deciso di non essere più di peso a se stesso
Dal blog di Carmine Ragozzino - 25 agosto 2017 - 18:50

Per campare, per campare bene in questo mondo che torna ogni giorno più indietro, ci vuole stomaco. E ce ne vuole tanto. Davvero tanto. Ma se ti ritrovi – per scelta - con mezzo stomaco anziché con uno intero? Forse è più dura. O forse no. Anzi, no di sicuro. Lo si deduce durante e dopo la lettura di una lunga confidenza pubblica. Una confidenza che almeno per una volta fa di un social, (di Facebook), uno strumento utile anziché una discarica di inutilità e vaniloqui. La confidenza, la storia che oggi riproponiamo con non celata ammirazione, è firmata da un “fu obeso”.

 

Gabriele Biancardi è la storia microfonata a Radio Dolomiti. Fa il conduttore da quando era infante: conduttore di programmi di musica e parole che l’età ha reso maturi. Attualità matura. Sensibilità matura. Conduttore ma non solo il Biancardi: è un “bravo presentatore” di eventi perché – merce rara - sa tenere a bada l’ego. E’ pure musicista per diletto che dà il tempo picchiando con moderazione su una batteria. E financo scrittore: il suo libro, “il mio nome è Aida, omaggiando la nonna – e che nonna – si inchina senza retorica alla forza del femminile".

 

La biografia sarebbe più lunga. E volendo, più intensa. Ma il Biancardi che ospitiamo su “Il Dolomiti” non è quello che da una vita si fodera le grandi orecchie con la pelle delle cuffie. E’ il Biancardi uomo. Un uomo di peso che un anno fa ha deciso di non essere più di peso a se stesso. Si è fatto tagliare lo stomaco. La sua montagna di chili, il sedimento di anni e anni di cibo e di metabolismo vigliacchi, stava diventando un Everest. E quando l’Everest te lo porti addosso vivere è una scalata senza fine. Anche i Messner attaccherebbero gli scarponi al chiodo quando uno scalino diventa una cima e quando allacciarsi le scarpe è un settemila quotidiano.

 

Gabriele Biancardi spiega come ha deciso che bastava. Racconta il prima dell’intervento – tecnicamente Sleeve gastrectomy. E racconta il dopo. L’oggi. Racconta i timori del prima. La sorpresa, la fatica e ancora i timori e le gioie del dopo.

Mette nero su bianco il suo passato ammazza-bilancia e il suo presente di resuscitato ad una vita un po’ più snella. Che non è certo vita da smilzo ma va bene, benone, così. Allo stato, Gabriele ha ridotto di 42 chili i 164 che la bilancia gli rinfacciava una forma informe, senza ritegno e senza mediazione, al momento”della scelta”. Era la punta massima ma sicuramente non definitiva di una lievitazione fisica. Lievitazione – così la chiama in uno dei tanti passaggi seriamente ironici del racconto. La lievitazione non è levitazione.

 

Il peso – quel peso - “àncora” anche i pensieri. Quel peso che inchioda, imprigiona, limita. Che ti limita nel pubblico. Che ti limita nel privato. Un quotidiano con il freno perennemente tirato dei vorrei ma non posso – (sportivi, sociali, forse sentimentali, eccetera). Biancardi il peso del peso per un bel po’ l’ha fregato grazie all’invisibilità protettiva della radio. Ma la vita non è un microfono anche quando il microfono è la tua vita. E qui Gabriele racconta con la penna intinta nell’onestà quanto sia difficile ma anche quanto sia meraviglioso progettare e poi attuare una “vita nuova”. Bella storia perché storia senza clichè. Il Biancardi “Bibendum” – (l’omino Michelin) – non era un “disperato”. Radio e musica: un lavoro ma anche molteplici e invidiabili occasioni: rapporti, scambi, stima. L’ascoltatore che spesso da invisibile come il conduttore si materializza. E si fa amico. Visibile.

 

Ma proprio l’assenza di disperazione, il confine non oltrepassato tra rischio ed emergenza, rende ancora più vero, più istruttivo, il “resoconto” intimo che Gabriele Biancardi ha voluto rendere pubblico. E’ la sequenza di una progressiva presa di coscienza – bentornata fiducia - in naturale bilico tra momenti di depressione e momenti di entusiasmo. E’ la narrazione di un percorso “vero” proprio perché è un percorso accidentato tra accelerate di motivazione e decelerate di dubbi. Obesi anche loro, i dubbi.

 

Biancardi non fa romanzo della sua storia. Non ne fa nemmeno un saggio medico psicologico anche se di spunti per capire che la chirurgia è un mezzo e non un fine ce ne sono a iosa. Biancardi, semplicemente, dice “si può fare”. Spiega che la testa deve guidare il corpo, guarendo prima del corpo . Altrimenti l’unica cosa che fa dieta è la speranza di cambiare e di migliorare la propria esistenza. Lo dice festeggiando un traguardo, i primi 42 chili “andati”: Traguardo che si raggiunge senza potersi permettere di passeggiare. Ma che si raggiunge.

 

Lo dice preferendo l’autoironia all’autocommiserazione. L’ironia è leggerezza vitale: mica solo per i grassi. Lo dice, infine, senza salire in cattedra nemmeno per un attimo. Non dà – non vuole dare - lezioni di eroismo. Ma dà lezione di autostima: è una dote che nell’odierno mondo gramo assomiglia non poco all’eroismo. Specie quando va a braccetto con l’umiltà.

 

Ecco i primi quattro capitoli (gli altri tre li pubblicheremo domani) del testo scritto da Gabriele Biancardi:

 

 

 

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