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Rottura del legamento crociato anteriore, bastano 6 mesi per il recupero o sarebbero meglio 2 anni? 
Pjaca, Florenzi, Giuseppe Rossi: sono solo gli ultimi infortunati "eccellenti". Chi vuole tornare a giocare deve sottoporsi ad un operazione chirurgica ma solo il 65% torna al livello precedente e solo il 55% riesce a tornare a disputare competizioni dello stesso livello pre-lesione
Dal blog di Livio Zerbini - 10 aprile 2017 - 21:07

La rottura del legamento crociato anteriore di Pjaca (giocatore della Juventus e della nazionale Croata), e nuovamente da parte di Giuseppe Rossi, sono solo gli ultimi di una serie di infortuni tra i più limitanti per la carriera di un calciatore.

Si stima che annualmente in tutto il mondo 2 milioni di persone subiscano la rottura del legamento crociato anteriore (Samulesson et al 2012). Il legamento crociato anteriore è la struttura che determina gran parte della stabilità del ginocchio. Chi ne subisce la rottura se vuole tornare a praticare sport caratterizzati maggiormente da salti e cambi di direzione (calcio, rugby, basket, volley) deve sottoporsi ad un operazione chirurgica di ricostruzione del legamento e compiere un buon percorso di riabilitazione.

 

Quattro soggetti su cinque ritornano a praticare un’attività sportiva dopo esser stati operati per ricostruzione del legamento, ma solo il 65% circa torna allo stesso livello atletico che aveva prima della lesione e ancora più bassa la percentuale (55%) di chi riesce a tornare a disputare competizioni dello stesso livello pre-lesione (Ardern et al 2014). Questo perché i tempi di recupero sono abbastanza lunghi (variano dai 3 ai 12 mesi) ed esiste un consistente rischio di recidiva. Florenzi (giocatore della Roma) e Giuseppe Rossi (giocatore del Villareal) ne sono forse gli esempi più famosi, entrambi operati dopo rottura del legamento crociato anteriore ed entrambi nuovamente infortunati allo stesso ginocchio.

 

Il caso di Florenzi è emblematico. Il 26 ottobre 2016 durante Sassuolo-Roma si rompe il legamento crociato del ginocchio sinistro. Il 28 ottobre 2016 si opera e gli viene ricostruito il legamento. Il 14 febbraio 2017 subisce nuovamente la rottura del legamento crociato sinistro durante un allenamento con la Primavera della Roma. Esattamente a 3 mesi e mezzo dalla precedente operazione. Si può parlare di sola sfortuna o altro? Possiamo imparare qualcosa da queste vicende? Purtoppo il rischio di una seconda rottura ad un legamento operato chirugicamente con ricostruzione si attesta attorno al 15%. Per atleti giovani al di sotto dei 25 anni il rischio aumenta fino al 23% soprattutto se si forza il ritorno in campo prima dei tempi biologici di guarigione (Wiggins et al 2016). Il rischio non riguarda solo il ginocchio operato ma come dimostrano i casi di Perin (portiere del Genoa) e Giuseppe Rossi (ex stella del calcio italiano) il rischio di avere una seconda rottura del legamento crociato all’altro ginocchio, sale al 25% in chi è già stato operato (Paterno et al 2015).

 

Sia nell'ambito chirurgico che della successiva fase riabilitativa negli ultimi anni fortunatamente stanno emergendo strategie di recupero sempre migliori, che permetteranno un ritorno all’attività sportiva pre-lesionale di un numero sempre maggiore di persone, questo però sempre rispettando delle tempistiche biologiche ben precise. Ma quali sono i tempi di recupero necessari per tornare in campo? Bisogna dire innanzitutto che almeno in Italia si parla di 6 mesi per il ritorno in campo post-intervento chirurgico. La letteratura scientifica riporta tempi di ritorno in campo che variano da 3 ai 15 mesi, la maggior parte parla di 6 mesi per il “completo” recupero (Barber et al 2011).

 

Recenti studi però dimostrano come un ginocchio operato torna ad essere normale sia da un punto di vista della guarigione biologica dei tessuti, che da un punto di vista biomeccanico solo dopo 2 anni (Nagelli et al 2016). Se per un atleta adulto l’assenza per 2 anni dalle competizioni è impensabile, per atleti molto giovani (meno di 20 anni) con una potenziale carriera davanti, forse è necessario riflettere di più sui loro tempi di recupero. Ultimamente stanno emergendo sempre più dati scientifici che dimostrano come la maggior parte dei pazienti non sia biologicamente, atleticamente e psicologicamente pronta per tornare a giocare dopo 6 mesi dall’intervento (Grindem et al 2016). Sempre gli stessi autori affermano come il ritorno all’attività sportiva prima dei 9 mesi post-intervento aumenti notevolmente il rischio di una nuova rottura.

 

Questi dati scientifici devono essere tenuti presenti da ortopedici, fisioterapisti, preparatori atletici e vanno bilanciati con le forti pressioni che si hanno a tutti i livelli per far tornare a giocare il prima possibile chi ha subito questo tipo di infortunio. A conclusione di ciò il far tornare a giocare atleti a 3 o 5 mesi dall’intervento assomiglia più ad un gioco d’azzardo che a una medicina e una riabilitazione bastata sui dati scientifici. Si può fare, ma si accetta un alto rischio e purtroppo spesso il risultato sono carriere rovinate.

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