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Negli anni '60 a programmare erano le donne, ora però si è affermato lo stereotipo del programmatore
Dame Stephanie Shirley aveva inoltre fondato una startup che accoglieva solo donne. Quando il settore è diventato redditizio, la quota degli uomini è esponenzialmente cresciuto. I codici scritti dalle donne sono considerati migliori, ma solo se il genere dell'autore viene tenuto nascosto
Dal blog di Open Wet Lab - 22 luglio 2017 - 13:40

"Women aren’t failing at sciencescience is failing women" ("Non sono le donne a fallire con la scienza, è la scienza che sta tradendo le donne"), così recita il titolo di un articolo uscito sul blog di Nature lo scorso marzo. Sembrerebbe, da uno studio dell’Università di Maastricht, che le donne (lo studio in particolare indaga la situazione delle scienziate in Messico), pur garantendo spesso un livello di ricerca più elevato rispetto agli uomini, siano considerate meno produttive rispetto a questi ultimi, e che vengano retribuite meno di loro. E ciò purtroppo non sorprende.

 

Si sente tanto (e ancora) parlare di gender (dis)equality, gender bias, e se ne sente parlare tanto nel mondo scientifico. Quindi, da donna che sta per diventare scienziata, mi sono ritrovata spesso a pensare se effettivamente questa diversità di genere fosse reale. E purtroppo sembra che lo sia.

 

Secondo delle statistiche non troppo recenti, ma significative, della Commissione europea, il 40% dei dottorandi nell’ambito scientifico sono donne; però se si guardano le percentuali di professori e ricercatori donne, queste scendono fino all’11.3% .

 

Facendo un’analisi più generale, si vede che la percentuale di donne nel mondo scientifico è solo del 24%, con l’Italia che si distingue negativamente con un misero 13%.  

 

Inoltre, da una statistica svolta in Canada, risulta che le donne canadesi nel 2015 abbiano guadagnato il 15% in meno rispetto agli uomini nelle scienze naturali e applicate. 

 

Il grafico sottostante mostra chiaramente l’esistenza di questo 'gender gap'.

 

 

Se si focalizza l’attenzione sul mondo della programmazione, le statistiche vanno peggiorando. Nell’ambito dell’high-tech e dell’ingegneria i numeri infatti sono ancora più bassi; il 21,9% degli studenti PhD sono donne, mentre solo il 5,8% di loro si trova ai livelli più alti dell’accademia.

 

Il trend delle donne impiegate nell’ambito della programmazione è estremamente sorprendente. Infatti, back to the 60’s, il mestiere del programmatore era considerato prettamente 'da donna'. Brenda D. Frink - ricercatrice al 'The Clayman Institute for Gender research' - spiega come alla fine degli anni ‘60 molte persone percepissero il lavoro del programmatore come una naturale scelta  di carriera per giovani donne intraprendenti. Per esempio, in un articolo del Cosmopolitan del 1967 intitolato 'The Computer Girls', questo campo veniva descritto come uno dei migliori – rispetto a molte altre carriere - nell’offrire offerte di lavoro alle donne.

 

Quindi le donne prima programmavano. Per fare un esempio, Dame Stephanie Shirley, una donna inglese di ormai 83 anni, fondò negli anni ‘60 una startup di software che accoglieva solo donne.

Per quell’epoca questo fu un evento travolgente; le donne sì programmavano, però che una donna fondasse una delle prime startup britanniche, e per di più di solo donne, era sicuramente un fatto insolito, soprattutto per quegli anni ancora pieni di discriminazioni.

 

Nelle università di allora, l’unico ambito scientifico a cui le donne avessero accesso era la facoltà di botanica (come lei stessa scrive nella sua autobiografia 'Let IT Go'). Quindi in seguito Stephanie decise di fondare un’azienda che desse opportunità di lavoro a donne intraprendenti e lavoratrici (a quel tempo il codice binario veniva scritto su carta), introducendo lo stipendio fisso e il lavoro part-time, e permettendo alle donne di continuare a lavorare anche da casa. La sua azienda di software ora vale 3 miliardi di dollari.

 

Inoltre, un film dell’anno scorso, il diritto di contare ('Hidden figures') racconta della matematica e programmatrice Margot Lee Shetterly che collaborò con la Nasa tracciando le traiettorie per il programma Mercury e la missione Apollo. Per la suddetta questa fu una duplice sfida, contro il razzismo e il sessismo - dato che anche in questo caso si parla dell’inizio degli anni ‘60.

 

Poi cos’è cambiato? Il seguente grafico mostra come negli anni ‘80 iniziò una decrescita nella percentuale di donne che sceglievano la carriera informatica.

Ma quindi cosa è successo negli anni ‘80?  La risposta non è assolutamente chiara. Alcuni ipotizzano che, quando la programmazione ha cominciato a diventare un lavoro redditizio e stimolante, le associazioni abbiano iniziato ad assumere uomini scoraggiando l’inserimento delle donne in tale ambito. Infatti gli uomini spesso avevano accesso a corsi di matematica che gli garantivano un vantaggio rispetto alle donne.

 

Altri pensano invece che la decrescita sia avvenuta contemporaneamente all’avvento dei primi computer che inizialmente erano dei giochi, giochi che spesso erano rivolti a uomini e bambini. Ma la domanda rimane totalmente aperta, e non è scopo di questo breve articolo andare ad interrogare le ragioni di questa decrescita.

 

E invece oggi? Nei nostri giorni, ciò che sta alimentando questo gap è ciò che viene chiamato  'stereotype threat' (la minaccia dello stereotipo). Anche se ormai ragazzi e ragazze hanno eguale possibilità di accedere ai computer, sembra che i ragazzi passino più tempo davanti ad un pc, per giocare, programmare o navigare su internet, mentre sembra che le ragazze abbiano meno confidenza con i computer.

 

Per confermare questa idea, uno studio del 2009 ha mostrato come le persone possano prendere la decisione di intraprendere un certo tipo di carriera, solamente basandosi sull’ambiente relativo ad essa.

 

In quattro studi hanno dimostrato come il differente interesse per il computer tra uomini e donne possa essere influenzato semplicemente dall’esposizione all’ambiente associato con gli informatici. Per esempio, cambiare gli oggetti presenti in un’aula di informatica, da quelli considerati tipici di un programmatore (per esempio poster di star trek, video games) in oggetti non stereotipicamente associati ai programmatori, era sufficiente ad attirare l’attenzione delle ragazze allo stesso modo con cui venivano attratti i compagni maschi.

 

Le statistiche mostrano quindi che le donne, che generalmente si trovano in minoranza nel mondo scientifico, sono ancora più sotto-rappresentate nell’ambito dell’informatica. Qui oltre alle solite dinamiche che tendono ad allontanare le donne, si aggiunge questa forte influenza di stereotipo per cui le donne perdono qualsiasi tipo di interesse nell’intraprendere il mestiere del programmatore.

 

Eppure, come mi disse mia madre, programmatrice da quasi 40 anni, è uno di quei lavori in cui non dovrebbero esistere discriminazioni. Non è un lavoro fisico, tutt’altro, ed è un lavoro che si può spesso fare comodamente da casa, con i pupi, in malattia o anche in vacanza.

 

Negli anni ‘60 Dame Stephanie Shirley si firmava come Steve per sfuggire al sessismo che incombeva in quegli anni. Ciò non dovrebbe succedere al giorno d’oggi. Eppure da un’analisi su github, sembrerebbe che i codici scritti dalle donne siano i più apprezzati, però solo quando il genere dell’autore viene nascosto. Considerando invece solo i codici scritti dalle persone con identità scoperta, l’apprezzamento generale si sbilancia verso i codici scritti da uomini. Anche se probabilmente questa analisi non ha nessuna significatività statistica, dà sicuramente da pensare. Ce n’è ancora di strada da fare prima di ottenere questa anelata uguaglianza di genere.

 

Valentina ed Erinda, due giovanissime programmatrici, si sono esattamente poste questo problema ed hanno deciso di prendere parte a questa lotta contro lo stereotipo; nel fare ciò hanno proposto, proprio a Trento, un bellissimo progetto per far avvicinare le donne a questo stimolante mondo dell’informatica. Il progetto si chiama Girls Code IT e, come altri in giro per il mondo, ha lo scopo di creare un ambiente protetto di sole donne, evitando che, come di solito succede, gli uomini siano la maggioranza dei partecipanti.

 

E questo forse può essere un modo efficiente per combattere questo 'stereotype threat' che pesa sul mondo dell’informatica, e scoraggia tante menti nell’entrare a farne parte.

 

(di Nicole Salvatori)

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