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'Aiutaci a casa loro', la nuova campagna Acav tra acqua, educazione e agricoltura in Uganda

L'Associazione trentina opera da oltre 30 anni in Africa per dare speranza e futuro alle popolazioni locali. L'Uganda nell'ultimo anno ha accolto 1 milione di profughi in fuga dalla guerra in Sud Sudan. Bozzarelli: "Chiediamo alla comunità trentina di aiutarci a sviluppare quelle aree e il diritto di vivere e abitare nella propria terra"

Di Luca Andreazza - 09 settembre 2017 - 13:13

TRENTO. "Cerchiamo nel nostro piccolo di favorire lo sviluppo dell'area compresa tra Uganda e Sud Sudan attraverso azioni come la costruzione di pozzi per l'acqua potabile, il sostegno all'agricoltura e la sicurezza alimentare e la formazione professionale", spiega Giorgio Boneccher, presidente di Acav-Associazione centro aiuti volontari, proprio mentre inizia la campagna di raccolti fondi per aumentare ulteriormente l'impegno della realtà trentina in Africa.

 

 

Una campagna tra informazione e emozione, ma anche un claim volutamente provocatorio, cioè 'Aiutaci a casa loro'. "Un'amara ironia - Luca Dalbosco di Filmwork - sulle battute dei politici negli ultimi. Abbiamo accolto in modo entusiasta la possibilità di realizzare il video di questa campagna. Le crisi nel mondo occidentale sono all'attenzione di tutti, diversamente da altre situazioni gravi e drammatiche che non trovano spazio tra i media e quindi quasi nessuno conosce".

 

Slogan che però vuole essere anche un messaggio: "Cerchiamo - spiega Elisabetta Bozzarelli, direttrice di Acav - di creare una nuova forma di corresponsabilità e un nuovo umanesimo. Sviluppare quella parte di mondo significa anche rimarcare un diritto, quello di vivere e abitare la loro terra. Tanti sudanesi vogliono ritornare a casa una volta terminato il conflitto" (Qui info e donazioni).

(da sinistra Luca Dalbosco di Filmwork, Giorgio Boneccher e Elisabetta Bozzarelli, presidente e direttrice Acav)

I 180 mila migranti giunti in Italia nel 2016 e i 95 mila arrivati nei primi mesi del 2017 sono ogni giorno all'attenzione dei mezzi di comunicazione e della politica, ma ci sono luoghi dove i flussi migratori hanno dimensioni ancor più drammatiche, come in West Nile, nel nord dell'Uganda. Qui in meno di un anno si sono rifugiati 1 milione di persone in fuga dalla guerra che insanguina il vicino Sud Sudan.

 

Acav opera in Africa da oltre 30 anni e ha svolto un paziente lavoro con le comunità locali per cercare di sviluppare l'area: "Ora - aggiunge il presidente - ci troviamo coinvolti in un'emergenza umanitaria senza precedenti. In poche settimane si è creato il più grande campo profughi al mondo e, insieme alle organizzazioni internazionali, lavoriamo per dare risposte ai bisogni primari e siamo vicini alla popolazione residente che affronta una prova durissima".

 

Le comunità ugandesi, molto povere, stanno infatti accogliendo infatti i vicini sud sudanesi più poveri di loro, mentre il governo prova ad aiutarli a sistemarsi e sopravvivere. La situazione è delicata e rischia di far nascere contrasti e conflitti tra rifugiati e residenti.  

 

A Rhino Camp, 450 chilometri quadrati, sono ospitate 86.500 persone divise in sei 'villaggi', che sono distese di capanne di paglia o piccole tende fatte con teli di plastica dell'Onu (Qui articolo). In tre villaggi ogni persona ha a disposizione 12 litri di acqua al giorno, in altri due 7 litri al giorno e nell'ultimo si arriva al massimo 3 litri al giorno (Qui articolo). 

 

"La nostra associazione - prosegue Boneccher - in pochi mesi ha perforato quattro nuovi pozzi per migliorare la situazione e uno di questi ha una portata enorme d'acqua, 55 mila litri/ora, sufficienti per dare acqua potabile a 30 mila persone. Ora il progetto prevede di meccanizzare il pozzo e distribuire l'acqua tramite un acquedotto".

 

Ma l'Uganda può vantare un sistema di accoglienza innovativo, la politica prevede infatti campi profughi liberi, le persone sono libere di accedere ai posti di lavoro e ogni persona riceve un pezzo di terreno, nel quale costruire una capanna e coltivare la terra.

 

I profughi in Sud Sudan sono infatti contadini e vogliono ancora poter lavorare un pezzo di terra. "Abbiamo iniziato a distribuire kit agricoli - spiega Bozzarelli - un falcetto, una zappa, semi di pomodoro, fagioli e altri ortaggi affinché possano tenersi occupati e integrare le scarse razioni di cibo distribuite dalle Nazioni Unite. I fondi raccolti in queste settimane ci permettono di accontentare 1.300 persone e vorremmo implementare il nostro aiuto. Inoltre aiutiamo 300 ragazze nella formazione professionale. Vogliamo ribadire il concetto di diritto di vivere nel proprio Paese e chiediamo alla comunità trentina di aiutarci".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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