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Una delegazione di ugandesi in Trentino racconta l'immigrazione: "Quelli che scappano dalle guerre arrivano anche da noi. Un milione di persone". Gestite meglio che qui

James Baba, già ministro ugandese degli Affari Interni: "Se l’Uganda riceve queste persone e dà loro una prospettiva, sicuramente per i prossimi 5/6 anni questi non solo rimarranno li, ma sicuramente non verranno in Europa dove dovrebbero fare i conti con una pelle diversa, una lingua difficile da imparare e un ambiente completamente estraneo ai loro usi e costumi”

Di Luigi Santarelli, ex presidente di Acav Trento - 04 giugno 2017 - 18:57

TRENTO. Durante la settimana scorsa una delegazione di amministratori e politici ugandesi è stata ospite dell'Ong trentina Acav. Incontri istituzionali, approfondimenti, scambi interessanti con gli esponenti della cooperazione, del mondo agricolo, dell'impresa.

 

Mercoledì scorso, nella bella cornice della sala della Sosat si è tenuta un'interessante serata. Era presente la ministra per il Nord Uganda Grace Freedom Kwiyuucwiny, l'ex ministro degli Interni James Boliba Baba, il Governatore del Distretto di Koboko Hassan Said Nginya.

 

Si è parlato di flussi migratori, un tema caldo, che in Italia affrontiamo spesso senza conoscere la situazione del resto del mondo, senza cioè un'analisi comparativa, se così si può dire. Un incontro illuminante: ha permesso di scoprire come l’Uganda faccia i conti da anni con un flusso migratorio importantissimo.

 

Non di emigrazione, ma di immigrazione. Sono infatti molte le persone che raggiungono lo Stato dai Paesi confinanti. Prima dalla Somalia e dal Kenia, poi dal Ruanda/Burundi, ora di nuovo dal Sud Sudan milioni di persone, e non poche migliaia, scappano dalla guerra e si rifugiano in uno Stato, come l’Uganda, che da molti decenni gode di una pace e di un costante sviluppo economico.

 

“Nessuno si trasferisce da un Paese dove vive bene e dove può trovare pace e un futuro per sé e per la sua famiglia – afferma la ministra - pensare che i flussi migratori siano determinati solo dalla volontà di cambiare vita è riduttivo”. James Baba osserva questo: “I fenomeni di massa non si verificano se la gente non teme per la propria vita, non si preferirebbe morire nel tentativo di salvarsi, piuttosto che morire senza provarci”.

 

Il Governatore di Koboko snocciola i dati del flusso che in questi mesi i distretti del West Nile hanno dovuto sopportare: “La popolazione residente ugandese è di circa 2.800.000 in quell’area, ma i rifugiati provenienti dal Sud Sudan sono ad oggi 800.000 ed è previsto che saranno più di un milione alla fine del mese di giugno”.

 

In sala, subito, si fanno velocemente i primi conti: in Italia siamo circa 60 milioni di abitanti e gli sbarchi di immigrati sono stati nel 2016 circa 180.000, se ce la fanno in West Nile forse anche noi possiamo governare questo flusso senza allarmismi e senza retoriche populiste?

 

La discussione continua e viene spiegato come nel West Nile hanno pensato di non attivare campi profughi, ma di distribuire terra ai rifugiati affinché questi si affianchino alle persone residenti nella vita quotidiana e non si creino ghetti o assembramenti, questo per evitare logiche problematiche di accentramento, sanità, ecc.

 

Ci spiegano che chiedono alle Nazioni Unite ed alle organizzazioni governative di non fornire tende o strutture precarie, perché queste non risolvono il problema ma lo accentuano. “Se si costruiscono strutture stabili – osservano gli ospiti - quando i rifugiati se ne andranno queste resteranno in uso alla popolazione residente con un doppio vantaggio attuale e futuro”.

 

Ci spiegano che solo due grossi problemi li preoccupano, vale a dire i medicinali che scarseggiano (le riserve erano tarate su una popolazione che si è quasi raddoppiata) e le scuole le cui aule sono frequentate da 300 ragazzi anziché gli ordinari 100.

 

James Baba, già ministro ugandese degli Affari Interni, ci spiega che “se l’Uganda riceve queste persone e dà loro una prospettiva, sicuramente per i prossimi 5/6 anni questi non solo rimarranno li, ma sicuramente non verranno in Europa dove dovrebbero fare i conti con una pelle diversa, una lingua difficile da imparare e un ambiente completamente estraneo ai loro usi e costumi”.

 

Ma c'è bisogno di aiuto perché il Pil ugandese si è ridotto di mezzo punto a causa del flusso migratorio e le risorse del Paese non sono molte non potendo fare conto sull’introito di tasse di una popolazione comunque povera. “Quanti miliardi di euro spende l’Italia per fare fronte al flusso migratorio ridottissimo e quanto viene investito per lo sviluppo dei paesi africani?”, si chiedono i presenti.

 

Una domanda che sorge quasi spontanea. L’ultima stima comunicata da Pier Carlo Padoan alla Commissione UE è questo: 3,3 miliardi di euro per le sole spese di gestione dei migranti in Italia, a cui si aggiungono i 200 milioni che il ministro Alfano ha stanziato per il contrasto all'immigrazione.

 

Forse è ora che il problema venga affrontato, o per meglio dire programmato e gestito. Sarebbe una soluzione molto più intelligente. Gli ugandesi ci insegnano una cosa importante: “I flussi migratori non si arginano con muri – spiega il ministro - e non si possono programmare, ma si possono e si devono gestire con spirito pratico e realistico, senza diffondere paura e senza panico tra la gente, la quale deve sentire sempre che lo Stato, pur aiutando i rifugiati, non si scorda dei loro diritti, dei loro servizi e dei loro bisogni”.

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