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''Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento''. Con la prima domenica di Avvento si apre un nuovo anno liturgico

In realtà la predicazione di Gesù non fu per nulla incentrata su «fantasiose speculazioni apocalittiche» (A. Poppi), prediligendo la dimensione della sovranità del Padre sul suo Regno, il creato
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 28 novembre 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 13,33-37 [In quel tempo] Gesù disse alle folle: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

La scorsa domenica la liturgia cattolica ha concluso la lettura del vangelo secondo Matteo. Dalla prima domenica di Avvento si apre un nuovo anno liturgico e, con esso, viene inaugurata la lettura del secondo vangelo, quello secondo Marco. Gli studi su questo vangelo, per secoli ritenuto un “riassunto” di quello matteano, oggi ci dicono che con ogni probabilità si tratta del più antico – fra quelli canonici – da cui Matteo e Luca hanno attinto abbondante materiale. Per tale motivo, l'interesse nei suoi confronti è costantemente in crescita.

 

In realtà la predicazione di Gesù non fu per nulla incentrata su «fantasiose speculazioni apocalittiche» (A. Poppi), prediligendo la dimensione della sovranità del Padre sul suo Regno, il creato. Nonostante questo, la rielaborazione successiva del suo messaggio fece maturare nelle prime comunità cristiane il bisogno di tematizzare il ritorno del Cristo, alla “fine dei tempi”, e l'instaurazione definitiva del suo regno.

 

Nella storia dell'Europa “cristiana” si è fatto ciclicamente ricorso ad allarmismi di stampo millenaristico, apocalittico-catastrofico e, oggi, lo stiamo certamente sperimentando. E non si parla solamente delle farneticazioni che “radio Maria” ha rigurgitato per l'ennesima volta – e che fanno, giustamente, rabbrividire i fedeli -, ma a ben vedere è una sorta di movimento che attraversa tutte le religioni. Sembrerebbe quasi che alcune persone religiose stiano facendo il tifo per “la fine dei tempi”... La consolazione, seppur magra, sarà certificare ancora una volta la lontananza di queste persone dalla fede.

 

In questo brano Marco ci dice qualcosa che rimane vero ed importante per la vita cristiana: la dimensione della veglia. Chi veglia è colui che non è assopito, sono coloro che non permettono alle proprie coscienze di assopirsi. In ogni tempo vi è il rischio di questo assopimento, di questa anestetizzazione esistenziale che porta all'apatia. E là, per usare un'immagine biblica, sta «accovacciato il male», quel male che non si incarna in un mostro – come nelle favole – ma che striscia silenziosamente mantenendo una normalità apparente. Il male, come scrisse Hannah Arendt, si insinua nella normalità della vita, tanto da apparire una banalità: «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”» (H. Arendt, La banalità del male).

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