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Gesù disse: “E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?”

Nel 1848, dopo oltre sette secoli di persecuzioni, le “Lettere patenti” di Carlo Alberto riconoscono i diritti civili e politici ai valdesi. Sulla scorta della gioia, che solo la libertà di coscienza può dare, dei fratelli e delle sorelle valdesi, arriviamo al Vangelo di questa domenica: Mt 5,38-48
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Di Alessandro Anderle - 18 febbraio 2017

Laureato in Filosofia e in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Nel 1848, dopo oltre sette secoli di persecuzioni, le “Lettere patenti” di Carlo Alberto riconoscono i diritti civili e politici ai valdesi: una confessione cristiana nata nel XII secolo come movimento pauperistico – inizialmente all'interno della Chiesa Cattolica – fondato da Valdo di Lione.

 

Il 17 febbraio – lo scorso venerdì - i valdesi festeggiano questa ricorrenza, in termini civili, come memoriale dell'importanza della libertà di coscienza in uno Stato democratico. La riconciliazione con la Chiesa Cattolica è passata sicuramente anche attraverso il gesto di papa Francesco, che il 22 giugno 2015 visitò, primo pontefice nella storia, il Tempio Valdese.

 

I valdesi, oggi, si distinguono per un'impronta volta a garantire a tutti la libertà di coscienza, a loro preclusa per secoli. In particolare, la Chiesa Valdese è impegnata nella diffusione del testamento biologico, della laicità dello Stato e, in un Sinodo del 2010, è stato approvato a larga maggioranza un ordine del giorno che consente la benedizione delle coppie dello stesso sesso, “laddove la chiesa locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posizioni”.

 

Sulla scorta della gioia, che solo la libertà di coscienza può dare, dei fratelli e delle sorelle valdesi, arriviamo al Vangelo di questa domenica: Mt 5,38-48.

 

38 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39 Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, 40 e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42 Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

 

43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

 

Ecco le ultime due antitesi pronunciate da Gesù nel “Discorso della montagna”, volte a sottolineare la cosiddetta differenza cristiana. Continua la risignificazione definitiva della Legge di Mosè, la Torah, secondo l'interpretazione autoritativa che Gesù compie, insegnandola ai suoi discepoli. Già la Torah conosceva molto bene gli eccessi a cui porta la vendetta smisurata per un torto subito, e la cosiddetta “legge del taglione” (cf. Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21) era volta a garantire un minimo di equità fra colpa e pena.

 

Anzi, letteralmente, in una logica di giustizia retributiva, questa sembrerebbe proprio essere l'equità per eccellenza: “mi hai cavato un occhio? allora l'unica cosa da fare è che te ne cavi uno anch'io”. L'insegnamento di Gesù, però, sembra proprio essere volto al superamento di una giustizia intesa in senso retributivo, semplicemente perché essa non è la perfezione del Padre suo. La giustizia di Dio, infatti, è essenzialmente insondabile, come mostra il Libro di Giobbe, poiché Egli «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».

 

Il fatto che un tipo di giustizia diverso, che “non si oppone al malvagio” e “ama il suo nemico”, sia la giustizia del Padre, non autorizza però nessuno a sostenere che di quella giustizia sia capace solamente Dio, semmai a Lui spetta il compimento definitivo di questa giustizia. L'uomo, però, magari senza saper portarla a compimento definitivo, è capace di compierla, qui e ora, nella sua insondabile unicità e irripetibilità.

 

Oggi non serve più affermare l'inefficacia di un sistema sociale che, come punto di riferimento culturale, si basi unicamente su un tipo di giustizia retributiva (e che tende a “rimuovere” l'indesiderato), come sottolinea l'impegno degli ultimi anni dell'ex magistrato del pool di mani pulite Gerardo Colombo. Oggi servirebbe un'apertura incondizionata nella nostra umanità, perché: «se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?».

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