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Il Messia viene riconosciuto prima dai poveri. La “cultura” ebraica del tempo, inoltre, prevedeva il riscatto del primogenito maschio

La liturgia cattolica propone, in questa domenica, la lettura di uno dei racconti più celebri sull'infanzia di Gesù tratto dal vangelo secondo Luca: la presentazione al tempio. In questo brano l'evangelista condensa una vasta gamma di tracce che portano a porre l'attenzione, in particolare, sulla semplice umanità – la crescita di un bambino – di Gesù
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Di Alessandro Anderle - 26 December 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Lc 2,22-40 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

La liturgia cattolica propone, in questa domenica, la lettura di uno dei racconti più celebri sull'infanzia di Gesù tratto dal vangelo secondo Luca: la presentazione al tempio. In questo brano l'evangelista condensa una vasta gamma di tracce che portano a porre l'attenzione, in particolare, sulla semplice umanità – la crescita di un bambino – di Gesù.

 

Maria, dopo aver partorito, aspettò che fossero passati quaranta giorni – come prevedeva la legge mosaica – e si presentò al tempio per la purificazione. La “cultura” ebraica del tempo, inoltre, prevedeva il riscatto – anche questo prescritto dalla Torah – del primogenito maschio. La vita di Gesù si svolge come quella di ogni suo coetaneo del tempo: «Gesù ha conosciuto anche un ambiente sociale e religioso in cui è stato inserito fin dalla sua nascita. E così al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza e delle benedizioni (cf. Lc 2,21); poi al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Torah, lo portano al tempio di Gerusalemme “per presentarlo al Signore”. Essi offrono “il sacrificio dei poveri” – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lc 5,7; 12,8), per loro troppo costoso – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste» (E. Bianchi).

 

Luca, a questo punto, introduce nella narrazione due personaggi: Simeone e Anna. Sono tutte tracce che l'evangelista semina nel testo per mettere in evidenza il fatto che il Messia atteso fosse stato riconosciuto per primo dai poveri, fedeli al Signore. Simeone, infatti, apparteneva ad una categoria sociale ben definita: quella degli 'anawîm/poveri di JHWH.

 

La profezia che pronuncia questo pio “servo del Signore” rappresenta il centro della narrazione: in essa, infatti, Simeone non dice solamente di aver visto il Messia, ma anche che questo sarà portatore di Verità per tutti i popoli: universalizzando ciò che, alcuni, aspettavano solamente per Israele. Un Messia destinato a portare una Parola viva, Verità, che metterà gli uni contro gli altri, perché li costringerà a scegliere: egli sarà «come segno di contraddizione». In questa piccola finestra, che Luca apre sul futuro di questo bambino, non poteva mancare la figura della Madre, Miriàm. Come si intravede il rifiuto che il mondo avrà verso l'esistenza di Gesù, così si può già cominciare a compatire la madre che, nemmeno cinquantenne, vedrà il figlio poco più che trentenne finire sulla croce.

 

Il narratore conclude l'oracolo spiegando come mai tutto questo dovrà accadere: «affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». L'esistenza di Gesù rappresenta per l'essere umano una scelta che non può contemplare l'indifferenza e, proprio questa scelta, svela i pensieri del cuore. Pensieri che spesso vengono rimossi per la paura stessa che si potrebbe avere della risposta. Questa Verità è tale perché impone di confrontarsi con essa, di lasciarsi toccare dalle domande fondamentali che apre nell'essere umano. Confrontandosi con questa Parola viva l'essere umano conosce meglio se stesso. Ciò rende quasi superfluo l'interrogarsi su di un giudizio ultraterreno, poiché ognuno sa, scrutando quotidianamente dentro se stesso, se ha amato – come amò Gesù sulla croce – il prossimo suo.

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