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Le nozze di Cana, la tramutazione dell'acqua in vino

Questa narrazione ha una importanza particolare per Giovanni, poiché rappresenta il primo miracolo di Gesù: inaugurazione dei suoi “segni” di misericordia. È così noto questo brano, da meritare una rilettura attenta, non dando per scontato nulla
Dal blog di Alessandro Anderle - 19 gennaio 2019 - 19:09

Gv 2,1-12 [In quei giorni] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni.

 

La Chiesa cattolica sceglie per la liturgia di questa domenica uno dei brani più celebri del vangelo secondo Giovanni: le cosiddette “nozze di Cana”. Diciamo subito che questo racconto è esclusivo del quarto vangelo: gli altri tre lo ignorano completamente. Diciamo anche che deve aver avuto un'importanza particolare questa narrazione per Giovanni, poiché rappresenta il primo miracolo di Gesù: inaugurazione dei suoi “segni” di misericordia. È così noto questo brano, da meritare una rilettura attenta, non dando per scontato nulla. E alcune domande sorgono: perché Gesù si rivolge così a sua madre? Cosa ci faceva a quelle nozze? Soprattutto: chi era lo sposo e chi era la sposa (che, addirittura, non viene nemmeno menzionata nel racconto)? Vediamo il racconto, senza pretese di esaustività.

 

In principio possiamo annotare il tenore, il centro del problema nel racconto: vi è una festa, ed è venuto a mancare il vino. Qui non è solamente una questione “puritana” (si può far festa certamente anche senza il vino, si dirà...): il vino infatti è un elemento centrale nella cultura giudaica del tempo. In tutta la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) la parola “vino” compare almeno 190 volte, e simboleggia primariamente la gioia. Non solo dell'uomo: «ma la vite rispose loro: "E io dovrei rinunciare al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?"» (Gdc 9,13). Se manca il vino, manca la gioia, lo nota direttamente Maria. Gesù, dal canto suo, sottolinea certamente la sua riluttanza, ma compie il segno perché sa che, in fondo, l'elemento che al fedele non può mai mancare è proprio la gioia. Soprattutto se lui, Gesù, è lì presente.

 

Una seconda annotazione: tutta la scena è incentrata sul dialogo fra Gesù e sua madre. Giovanni non usa mai il suo nome proprio, Maria, per definirla. I rapporti fra i due appaiono un pochino tesi, questo del resto emerge anche dagli altri vangeli. La cosa interessante è, forse, il fatto che Maria non badi alla risposta apparentemente negativa del figlio, ma si rivolga direttamente ai servi. «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»: sostanzialmente una professione di fede. Non dice infatti Maria: «Qualsiasi cosa vi dica, ascoltatelo», ma «fatela». Proposizione apparentemente pericolosa, certamente: lo scarto fra fede e fanatismo è sempre di un breve passo. Il vero antidoto al fanatismo è la rivelazione: solo l'Amore va fatto, va messo in pratica, ancor prima che venga capito, razionalizzato.

 

Vediamo ora la questione dello sposo e della sposa. Se ne è scritto tanto, a partire ovviamente dai venerabili padri della Chiesa. Ora, si sa che nella tradizione ebraica, dalla peregrinazione del popolo nel deserto – con grande rilievo nei libri dei profeti – la metafora dello sposo e della sposa viene applicata proprio a Dio e al suo popolo. Dio è lo sposo (addirittura si autodefinisce “geloso” nei comandamenti), il popolo, la sposa. Se la metafora è applicabile anche qui, assume una valenza interessante la frase del coppiere – che spesso era uno schiavo -: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

 

Se Dio è lo sposo, la fede deve sperare che abbia tenuto il vino buono per il compimento della festa, la sua apoteosi. Vino che deve traboccare dal calice dell'alleanza, e traboccando deve essere riversato sulla terra. Un vino buono che sconfigga il male e la morte, il vino più buono che fermenta direttamente dall'Amore insegnato, rivelato, da Gesù nel Figlio.

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