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Paccher e l'attacco alle minoranze che ''speculano sui morti'': il Trentino già nella ''zona rossa'' della vergogna

La questione che fa la differenza tra politica con la maiuscola e politica minuscola è lo stile. Ebbene, il leghista con la doppia nel cognome deve aver in testa una certa confusione quando approccia la parola “stile”. Allo stile Paccher aggiunge una “o” per diventare orgogliosamente “ostile”
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 16 dicembre 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

A volte basta una lettera – nella fattispecie basta una “c” – per farci sprofondare nell’inconsistenza. Prendiamo Paccher, (Roberto, leghista doc, presidente del consiglio regionale). Nel cognome ha una “c” in più rispetto al Pacher che da sindaco di Trento migrò in Provincia finendo col governarla dopo che Dellai fece le valigie per trasferirsi a Roma ed avviare una progressiva ma inesorabile salita verso l’oblio. Tra Pacher e Paccher c’è un abisso. Ma attenzione. Lungi da queste righe l’idea di un panegirico per il prode Alberto, protagonista di un’era politica che pur non temporalmente distante va iscritta alla preistoria per come e per quanto è svaporata la credibilità dell’amministrazione provinciale in soli due anni e spiccioli di Fuga-tti dalla realtà.

 

Il Pacher senza la doppia “c” suscita un accenno nostalgico per una questione che apparentemente non è politica. Ma che invece lo è: eccome. Lo è più dei programmi, più degli atti di governo rispetto ai quali perfezione e lungimiranza non sono purtroppo doti di questo mondo e non lo sono state nemmeno sotto la bandiera spesso sbrindellata del centro sinistra nella sua appiccicaticcia versione autonomistica. La questione che fa la differenza tra politica con la maiuscola e politica minuscola è lo stile. Ebbene, il leghista con la doppia nel cognome deve aver in testa una certa confusione quando approccia la parola “stile”, (che non è semplicemente una parola ma semmai un atteggiamento nobile indipendente dalle appartenenze politiche).

 

Allo stile Paccher aggiunge una “o” per diventare orgogliosamente “ostile”. Pare piuttosto ostile alla correttezza dei rapporti tra maggioranza ed opposizione. Nell’ultimo consiglio provinciale – tanto in streaming quanto striminzito per intensità e qualità rispetto alla gravità eccezionale dei problemi legati alla pandemia – Paccher non ha trovato di meglio che fare il bullo. Forse è prigioniero di un complesso di inferiorità rispetto al quel suo collega che nel consiglio provinciale riesce a semplificare anche il più complesso degli argomenti affidandosi al linguaggio dei segni. Anzi, di un solo segno, sempre lo stesso e proprio per la prevedibile ripetitività del tutto innocuo: il dito medio alzato ad indicare che la volgarità non ha bisogno di particolari elaborazioni.

 

Il bullismo di Paccher è certamente meno elementare di quello di Savoi. Insomma, un qualche sforzo di pensiero c’è. Epperò la fatica produce un pensiero debole anche se vestito di una violenza più insulsa che offensiva o pericolosa. In sede di bilancio, Paccher ha infierito contro le minoranze che già sono frustrate di loro. Lo sono per un risiko di personalismi e differenze ma lo sono ancor di più per via di una giunta provinciale tanto sorda alle loro anche minime rimostranze che non c’è apparecchio acustico in grado di sopperire almeno in parte alla menomazione. Per chi governa – inutile illudersi – l’insensibilità è un atto criticabile ma del tutto legittimo. È tuttavia illegittimo farla talmente lontano dal vaso da arrivare ad accusare i propri oppositori di “speculare sui morti da Covid” per mettere in cattiva luce chi amministra in un momento drammatico quale è l’incubo pandemico.

 

Questa teoria si può archiviare nel già voluminoso stupidario del governo leghista della Provincia? No, non si può e non si deve. No, non può e non si deve perché non è vero che i politici, gli amministratori, possono vantare una sorta di immunità dal buon gusto, da una soglia seppur bassa di onestà intellettuale, in definitiva dall’intelligenza. Che c’azzecca la “speculazione, la strumentalizzazione dei morti” con la richiesta continua alla Provincia di spiegare le proprie pericolose incongruenze sulla gestione della pandemia, sui numeri di positivi che non quadrano, con la confusione allarmante dei provvedimenti e delle indicazioni su aperture, chiusure, mascherine, sottovalutazioni e un attimo dopo drammatizzazioni del quadro epidemico in Trentino?

 

Si sarà mai accorto Paccher che se dovesse allargare il suo strampalato sragionare all’esterno del contesto consigliare dovrebbe per coerenza tacciare di “speculazione funebre” anche infermieri, medici, esperti vari, sistema dell’informazione, categorie economiche e migliaia di trentini senza “titolo” che titolano la loro preoccupazione quotidiana sui social media? Da questi mondi è quotidiano – e non da oggi - l’appello alla Provincia affinché si decida a tamponare con meno approssimazioni un’emergenza sanitaria, economica e sociale che ha già di fatto posto il Trentino in zona rossa. La zona rossa della vergogna per il primato dell’incolpare sempre qualcun altro delle proprie colpe.

 

Paccher insiste a dire che le minoranze non fanno proposte. Può essere che oltre ad una certa sordità presuntuosa sia affetto anche da miopia crescente. Le proposte ci sono. E sono tante. Si possono ignorare – così come la giunta Fugatti ignora legittimamente nel suo delirio di infallibilità. Ma se ignorare si può, dire che le proposte non esistono è inaccettabile oltre che ridicolo. Per Paccher – uno dei troppi che escono dall’anonimato sparandole grosse – forse è ora di risparmiare inchiostro. Per Fugatti, il presidente della Provincia, bisognerebbe invece procurarsi una botte di inchiostro. Ne imbrocca poche, si schernisce ad ogni critica senza mai entrare nel merito della critica per quella sua attitudine a fare l’inconsapevole conduttore di “tutto il calcio, (alla coerenza), minuto per minuto”.

 

Nell’imitazione a lui cara di Calimero, (il mitico pulcino della Mira Lanza di “tutti ce l’hanno con me”), Fugatti ha dichiarato che sarà “la storia a giudicarlo”. Il fatto è che la storia ha tempi lunghi. Non sappiamo se il Trentino potrà permettersi di attendere il giorno del voto. Ops, del giudizio.

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