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Coronavirus e le ''fatiche'' dell'isolamento: dai problemi col numero Covid, all'attesa, da quella porta sempre chiusa alla ''pauritudine''

Le ho scritte in ordine decrescente di pesantezza. Sono quelle di cui sono venuta conoscenza direttamente. Rabbia, fatica, paura e solitudine
DAL BLOG
Di Idil Boscia - 20 dicembre 2020

Amo raccontare frammenti di vita e tutto ciò che lascia un segno

L'isolamento dovuto al Coronavirus porta con sé numerose fatiche. Provo a sintetizzare quelle di cui sono venuta a conoscenza. Di più. Provo a metterle in ordine inverso di pesantezza (arbitrario, ovviamente).
 

4. Numero Covid

Un delirio. Il numero verde come quello della Centrale. "Rimanga in attesa". Proveremo più tardi. C'è una certa tensione nel comporre questi numeri. Anche chi è dall'altra parte, forse, prova la stessa sensazione. Vorrebbe risposte. Si sente stanco. Forse per questo, alcuni degli operatori appaiono scontrosi. Forse capiscono che chi chiama si aspetta delle risposte che non sempre sanno dare. O per cui non sono stati formati. Come nel caso della app Immuni. Un mistero capire come segnalare la positività.

 

3. Attesa

Attesa che finisca. Attesa di capire come muoversi. Troppo viene dato per scontato. Siamo fortunati se la tecnologia è dalla nostra parte. Se abbiamo la capacità e la pazienza di telefonare a destra e a manca. Per chiedere informazioni. Per capire come gestire la quotidianità, dalla spesa alla gestione dei rifiuti. Attesa di essere ricontattati. Attesa di un cenno dalla scuola. Che, nella maggior parte dei casi, si sforza di tenerti informato. Ti dà i compiti. Ti scrive gli argomenti. Attesa che qualcuno capisca che quella non è scuola. Che un ragazzo a casa isolato, seppure, magari, con la sua famiglia, si sente solo. E continua a sentirsi solo. Attende di sentirsi considerato. Di sentirsi parte di un gruppo. Di restare un nodo nella rete delle relazioni. Attesa. Snervante. 

2. Porta chiusa

Quella della camera dove fai tutto. Dove giochi, dove studi, dove lavori, dove mangi, dove dormi. Dove sei solo. Apri la porta solo per prendere il tuo piatto o per andare nel tuo bagno, se hai la fortuna di averne uno solo per te. Il resto del tempo quella è la porta che ti separa dagli altri, che non ti lascia la pace della tranquillità, ma ti fa sentire un prigioniero, anzi, un prigioniero appestato.

1. "Pauritudine"

Ci sentiamo così. Pregni di paura e solitudine. Non della paura che ti fa essere vigile, né della solitudine cercata. Una paura del domani profonda. Una paura che non ti fa scrollare di dosso il pensiero del domani, di quel domani che per alcuni potrebbe non esserci. Eccessivo? Eppure questa paura ti fa pensare alla morte, cancella i pensieri del Natale o il "Che bello quando tutto finirà". E poi la solitudine. Perché alla fine, come le cose importanti, ciò che senti nel tuo cuore lo sai solo tu. C'è di peggio? Certo. Ma questo tanti di noi hanno davanti adesso. Tanti. Più di quanto sembra dai dati. Ma accanto a questi tanti al telefono, in attesa, dietro una porta chiusa, attanagliati dalla "pauritudine", ci sono persone che si rendono disponibili, che ti offrono il loro aiuto. C'è anche chi viene alle 7 di mattina a portarti fuori il cane. Ma questa è un'altra storia, da raccontare.

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