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La Giornata della Memoria, la canzone di Guccini e quei rossetti portati all'interno del lager nazista di Bergen Belsen

''Ci volle un po’ per abituarsi a vedere donne e bambini che crollavano a terra nel momento in cui si passava loro accanto. Si sapeva che ne morivano 500 al giorno e che ne sarebbero continuati a morire 500 al giorno per delle settimane ancora. Un giorno al campo arrivano dei rifornimenti. Tante casse della Croce Rossa. Ma al loro interno, anziché cibo e medicinali, ci sono dei rossetti. Credo che nulla fece più per quegli internati di quanto fece quei rossetti''
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 27 gennaio 2021

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

Mercoledì 27 gennaio 2021 è la “Giornata della Memoria”, nella quale si commemorano a livello mondiale le vittime “dell’Olocausto”, della “Shoah”. Vorrei intanto entrare nel significato dei termini, cha da soli evidenziano la drammaticità dell’evento.

 

- “Memoria” vuol dire: conservare traccia completa e duratura di un evento.

- “Commemorare” vuol dire: ricordare qualcosa in forma solenne.

- “Olocausto” vuol dire: sacrificio praticato nell’antichità in cui la vittima veniva interamente bruciata.

- “Shoah” vuol dire: catastrofe, calamità.

 

Dice testualmente l’Enciclopedia Treccani, a dispetto dei negazionisti, alla voce Shoah: “Fra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di Ebrei vennero sistematicamente uccisi dai nazisti del Terzo Reich, con l’obiettivo di creare un mondo più ‘puro’ e ‘pulito’. Alla base dello sterminio vi fu un’ideologia razzista e specificamente antisemita che affondava le sue radici nel 19° sec. e che i nazisti, a partire dal libro Mein Kampf («La mia battaglia») di A. Hitler (1925), posero a fondamento del progetto di edificare un mondo ‘purificato’ da tutto ciò che non fosse ‘ariano’. Alla ‘soluzione finale’ (così i nazisti chiamarono l’operazione di sterminio), si arrivò attraverso un processo di progressiva emarginazione degli Ebrei dalla società tedesca”.

 

Il termine “Shoah” è entrato nella mia vita quando lo usò per la prima volta mia madre Lara, cattolica non osservante. Avevo più o meno 12 anni. Durante la guerra aveva nascosto alcuni amici ebrei, rischiando la vita. E stando con loro (che poi si sono salvati), si era fortemente affezionata anche alla loro religione ed al loro modo di pensare (sentimenti che mi ha trasmesso in toto). Ecco che frequentava la comunità delle donne ebree di Firenze e mi portava nella bellissima Sinagoga di quella mia città natale.

 

Mia madre mi spiegò cosa era stato l’Olocausto e mi disse che era fondamentale che nel mio bagaglio culturale avessi una chiara visione di cosa era successo. Ma aggiunse anche che non era possibile capire quell’immane crimine, se non andandolo a vedere di persona. Mi portò così l’anno dopo, insieme a tutta la famiglia, a Dachau, dove sono tornato l’anno scorso proprio nella “Giornata della Memoria” (LEGGI QUI).

 

Ed aveva ragione: sono infatti sufficienti solo pochi minuti all’interno di quel macabro campo, dopo essere passati sotto la terribile scritta “Arbeit Macht Frei” in ferro battuto, per capire. Per sempre. Poi, due anni dopo, mentre facevo parte (in quei mitici anni ’60), di una scanzonata “boy-band”, come si chiama oggi (all’epoca si chiamavano “complessini”), fra una minigonna e l’altra, una canzone a tutto volume di Elvis ed un’altra dei Beatles o dei “Rolling Stone”, arrivò tutto d’un tratto - come un pugno nello stomaco - un brano, che silenziò di colpo tutto quel giovanile fracasso.

 

E tutti noi, ragazzi e ragazze, rimanemmo letteralmente attoniti e “raggelati”. Era “Auschwitz”, parola per i più all’epoca del tutto incomprensibile. Scritta da Francesco Guccini, era magistralmente interpretata dall’Equipe 84, gruppo che fino a quel momento aveva cantato e suonato solo spensierate canzoni, che parlavano di puritani amori adolescenziali, mal compresi dagli adulti ed in particolare dai genitori.

 

Diceva così questa canzone:

 

“Son morto ch’ero bambino, son morto con altri cento,
passato per un camino ed ora sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve, e il fumo saliva lento,
nei campi tante persone che ora sono nel vento.

Nel vento tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non ho imparato a sorridere qui nel vento.

No, io non credo che l’uomo potrà imparare a vivere
senza ammazzare e che il vento mai si poserà.

Ancora tuona il cannone, ancora non è contena
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento.

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
saremo sempre a milioni in polvere qui nel vento”
.

 

E poi un video. Questo:

 

 

E nulla fu come prima. Fortunatamente. Perché ci consentì di capire. Si. Di capire non solo la tragedia della Shoah, ma di tutte le guerre, a partire da quella violentissima del Vietnam, che era in corso. Ecco che fra un mese ho 70 anni. E proprio in questi giorni, nei quali si parla spesso della Shoah, per l’imminente sua commemorazione, mi è “cascato l’occhio” (come usa dire) sulla notizia relativa al diario di guerra scritto dal tenente colonnello Mervin Willerr Gonin, uno dei primi soldati britannici ad entrare nell’aprile del 1945 nel lager nazista di Bergen Belsen (in Bassa Sassonia- Germania). Lager dove fu lasciata morire di tifo e di stenti Anna Frank.

 

In quel diario si legge: “Ci volle un po’ per abituarsi a vedere donne e bambini che crollavano a terra nel momento in cui si passava loro accanto. Si sapeva che ne morivano 500 al giorno e che ne sarebbero continuati a morire 500 al giorno per delle settimane ancora. Un giorno al campo arrivano dei rifornimenti. Tante casse della Croce Rossa. Ma al loro interno, anziché cibo e medicinali, ci sono dei rossetti. Noi urlavamo il desiderio per centinaia di altre cose e non so chi chiese i rossetti. Vorrei tanto scoprire chi fu, perché fu un atto di genio, pura incorruttibile genialità. Credo che nulla fece più per quegli internati di quanto fece quei rossetti. Le donne giacevano nei loro letti senza lenzuola né vestaglie, ma con labbra rosso porpora. Le vedevi vagare senza nulla più che una coperta sulle spalle, ma con labbra rosso porpora. Vidi una donna morta sul tavolo mortuario e raccolto nelle sue mani c’era un pezzo di rossetto. Finalmente qualcuno aveva fatto qualcosa per renderli nuovamente individui. Erano di nuovo qualcuno, non più solo il numero tatuato sul braccio. Finalmente potevano interessarsi al loro aspetto. Quel rossetto iniziò a ridar loro la loro umanità”.

 

E che ci crediate o meno, leggendo questo stupendo brano, che mi ha di nuovo “raggelato”, come allora, ho pianto tutte le mie lacrime. Come un bambino.

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