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La Messa in Latino non è la Messa Antica: ecco perché Gesù e i suoi seguaci non avrebbero mai scelto la lingua dei ''conquistatori''

Vedremo insieme perché è storicamente una vera e propria “fake news” (per usare il termine giornalistico) il sostenere che la “Messa in Latino” è una “Messa Antica”. La “Messa in Latino” infatti, per quanto certamente “solenne”, non solo non è affatto “antica” , bensì è esattamente l’opposto di come viene “raccontata” dai “cattolici conservatori”
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 03 August 2021

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

Faccio seguito al mio precedente articolo su questo Blog, dal titolo “Papa Francesco e la Messa in Latino: Bergoglio ha rimesso le cose a posto come le avevano decise Paolo VI e Giovanni Paolo II” (LEGGI QUI), per proseguire l’approfondimento del tema relativo alla “Messa in Latino”, che Papa Bergoglio, per i cattolici “tradizionalisti”, avrebbe “bloccato” in data 16.7.2021 in spregio a J. Ratzinger, argomento oramai molto dibattuto sia sulla stampa nazionale che internazionale.

 

E come avevo anticipato, vedremo insieme perché è storicamente una vera e propria “fake news” (per usare il termine giornalistico) il sostenere che la “Messa in Latino” è una “Messa Antica”. La “Messa in Latino” infatti, per quanto certamente “solenne”, non solo non è affatto “antica” , bensì è esattamente l’opposto di come viene “raccontata” dai “cattolici conservatori”.

 

Ma andiamo con ordine.

 

1) “L’ebreo Yehoshua ben Yosef” (Giosuè figlio di Giuseppe) meglio noto come “Gesù”, muore in croce intorno al 30 d.C.

Suo successore a Gerusalemme è inizialmente Pietro, ma ben presto, come ci dicono chiaramente gli “Atti degli Apostoli”, lo diventa – per oltre 25 anni - Giacomo il Giusto, fratello di Gesù, anche lui ebreo. Tutti gli Apostoli (escluso Luca), sono ebrei. Per loro Gesù è “il Cristo”, il “Messiah”, il “Messia ebraico” che aspettavano (“Cristo” è giustappunto l’esatta traduzione del termine ebraico “Messiah”), preannunziato dei Profeti Ebraici. Tutte le vicende evangeliche quindi si svolgono in un contesto esclusivamente Ebraico.

 

2) Sotto la guida di “Giacomo il Giusto” nascono le prime comunità ebraiche seguaci del “Cristo”, così descritte dagli atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il Tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo”.

 

3) Si tenga conto che le comunità “pagano-cristiane” di S. Paolo nasceranno solo 15 anni dopo la morte di Gesù (che Paolo non aveva mai incontrato nel suo percorso terreno), ben lontane dalla “Terra Santa” ed in ambiente quasi esclusivamente dei cosiddetti “gentili” ovvero dei “pagani”.

 

4) Interessante evidenziare che, come ci ricordano gli Atti degli Apostoli, i riti dei primi seguaci dell’ebreo Gesù avvenivano – ovviamente – in Sinagoga (il Tempio), essendo tutti ebrei o nelle case private. Ecco perché il termine corretto per definire i primi seguaci di Gesù è “giudeo-cristiani” o “giudeo-messianici”, ovvero ebrei che credevano che l’ebreo Gesù fosse il loro “Messia” atteso.

 

5) Le lingue utilizzate dai primi seguaci di Gesù erano tre

 

a) L’Ebraico antico (o biblico): si intende la lingua ebraica parlata dal primo ebreo in poi, che secondo la tradizione non fu Abramo, bensì Eber ((si ritiene nel 3.591 a.C.), pronipote (attraverso Sem = semiti) di Noè. Da Eber deriva il termine “ebreo”. Per quanto detto l’ebraico si definisce una lingua “semitica”, che comprende anche l’arabo e l’aramaico.

 

b) L’Aramaico: Nel 598 a.C. il Re Nabucodonosor II, sovrano di Babilonia, conquistò la Giudea, che divenne così provincia babilonese. Fece una prima deportazione di israeliti a Babilonia nel 597 a.C. (i c.d. “ebrei della diaspora”) ed un seconda deportazione nel 587, a.C., dopo la conquista di Gerusalemme e la distruzione del Tempio, che rappresentava il simbolo dell’identità religiosa di Israele. Fece una terza deportazione dopo altri cinque anni, nel 582 a.C.

 

Nel 538 a.C. “Ciro il Grande” di Persia, dopo aver conquistato Babilonia ed il suo vastissimo impero, concesse la libertà religiosa anche agli ebrei che erano stati lì deportati. Come conseguenza fra il 538 a.C. ed il 520 a.C. circa 50.000 ebrei, guidati da Zerubabel, tornarono a Gerusalemme e ricostruirono il Tempio. Nel 456 a.C. tornò in Palestina un secondo gruppo di circa 5.000 israeliti. Questi due gruppi avevano adottato a Babilonia l’alfabeto aramaico, lingua antichissima, che introdussero così in Palestina. Lingua che prese il sopravvento, essendo gli ebrei “rientrati” ben più acculturati dei nativi rimasti in Palestina, perlopiù dediti alla pastorizia, all’agricoltura ed alla pesca. L’aramaico quindi potremmo definirlo, al fine di meglio comprendersi, una sorta di lingua ebraica “persianizzata”.

 

-c) La Koinè, antico dialetto greco. È conosciuta anche come “Greco Alessandrino” o “Greco Ellenistico”, in quanto è stata la lingua che Alessandro Magno portò nei territori da lui conquistati. E’ anche chiamata “Greco del Nuovo Testamento”, in quanto fu utilizzato per scrivere i testi evangelici. La Koinè è molto importante non solo per il fatto di essere stata di fatto la prima lingua “volgare”, ma soprattutto per la sua grande diffusione nelle civiltà di tutto il Mar Mediterraneo, durante l'età ellenistica. E’ un pò paragonabile quindi alla diffusione che ha l’inglese oggi. La Koinè, oltre ad essere utilizzata come lingua parlata, lo fu anche come lingua letteraria ed amministrativo/burocratica.

 

6) Gesù, essendo un Rabbi, ovvero un maestro ebreo di Torah (la “Bibbia Ebraica”), parlava per certo l’ebraico antico. Ma parlava anche l’aramaico, come testimoniano le seguenti citazioni nei Vangeli:

-“Presa la mano della bambina, le disse: Talità kum”, che in aramaico significa: Fanciulla, io ti dico, alzati!”.

-“Osanna! Benedetto è colui che viene nel nome del Signore!”. In aramaico Osanna (הושע) significa “Signore aiutaci, salvaci”.

-“E guardando il cielo, emise un sospiro e disse loro, "Ephfatha", che significa: Apriti!

-“Abbà” che significa “Padre”.

-“Non potete servire D-o e mammona”. In aramaico “mammona” è la ricchezza.

-“Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?” che significa: Dio mio,Dio, perché mi hai abbandonato?

-“Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbunì!”, che in aramaico significa: Maestro!

Ma gli storici ci dicono che Gesù parlava per certo anche la Koinè, come buona parte della popolazione nel mediterraeo, lingua che utilizzò per dialogare con Pilato.

 

7) E veniamo al “latino”: per Gesù e per i suoi seguaci era una lingua “blasfema”, in quanto lingua dei “conquistatori”, con i quali non avrebbero mai voluto aver niente a che fare. Non dimentichiamoci peraltro che i romani nel 70 d.C. distrussero Gerusalemme ed il secondo Tempio, simbolo sacro dell’ebraismo e che nelle guerre giudaiche massacrarono migliaia di ebrei.

 

8) Riprova di quanto detto, se fosse necessario, è che tutti i Vangeli Canonici, gli Atti degli Apostoli ed anche le lettere di S. Paolo, sono scritti in greco ed assolutamente non in latino. Latino che viene imposto definitivamente come lingua del “pagano-cristianesimo” di Paolo solo nel 325 d.C. dall’Imperatore Costantino, con il “Concilio di Nicea”. Essendo Costantino l’Imperatore romano impose ovviamente la sua lingua a tutti.

 

9) Ma non basta quanto detto, per dimostrare in modo inequivocabile che il “latino” non era assolutamente la lingua della Messa cosiddetta “Antica”. Ci sono infatti altri importantissimi documenti. Iniziamo con “Didachè” (διδαχή = insegnamento, dottrina), che aveva come titolo completo "L'Insegnamento del Signore ai Gentili tramite i Dodici Apostoli'' (“Didachē kyriou dia tōn dōdeka apostolōn tois ethnesin”). E’ un testo cristiano di autore sconosciuto, come tutti i Vangeli Canonici, scritto verso la fine del I secolo d.C., unanimemente considerato un documento della massima importanza, al fine di ricostruire le abitudini, i riti e le credenze delle primissime comunità “cristiane”.

 

La “Didachè”, scritta anch’essa in greco (come tutti i Vangeli Canonici) è in pratica un “libretto di istruzioni” scritto dai primissimi cristiani, i “giudeo-cristiani”, al fine di dare precise istruzioni ai “pagani” che si erano convertiti al “cristianesimo”. Nella Didachè, coeva del Vangelo di S. Giovanni, troviamo infatti esattamente tutti i principi ed i contenuti del messaggio evangelico. Un autentico primo “Catechismo”, confermato in pieno dagli “Atti degli Apostoli”.

Non a caso proprio Joseph Ratzinger inserisce questo testo nei suoi autorevoli libri su Gesù e così si esprime al riguardo: “Testo liturgico post-pasquale più antico che conosciamo, intorno all’anno 100 d.C.”.

 

La Didaché è menzionata, in lingua greca, anche dal Vescovo “Eusebio di Cesarea” nel 324 (ovvero un anno prima del Concilio di Nicea), come “Insegnamenti degli Apostoli”. Bene: la Didachè descrive il “rito eucaristico”, ovvero la “Messa” così com’era celebrata in aramaico od in ebraico alla fine del I secolo, ovvero 70 anni dopo la morte di Gesù, dai suoi primi seguaci. Il rito “eucaristico”, aperto solo ai battezzati, avveniva attraverso un banchetto comunitario (Agape = dal greco ἀγάπη) . La benedizione sulla coppa del vino precedeva quella sul pane, secondo l’uso ebraico. E’ infatti scritto nella Didachè: “Per ciò che riguarda l’eucaristia, rendere grazie in questo modo: In primo luogo sulla coppa: Ti rendiamo grazie, Padre Nostro, per la santa vigna di Davide, tuo servo”.

 

E prosegue così il rito: “Dopo che vi sarete saziati, così rendete grazie. Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l'immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli. Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo servo. Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente. A te gloria nei secoli. Ricordati, Signore, della tua chiesa (Chiesa = Assemblea), di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli. Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna alla casa di David (il Popolo di Israele). Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta. Maràn athà” (parola aramaica che significa “Signore nostro, Vieni!) . Amen”.

 

- Riguardo ad “Amen” è da evidenziare la seguente citazione dell’Enciclopedia Treccani: “I maestri ebrei usavano dire: quando non hai assolutamente tempo per pregare come prescrive la legge, pronuncia la parola "Amen" che racchiude tutta la preghiera e la fede. In questo senso, gli ebrei hanno dato un valore profondo a questa parola aramaico/ebraica (le vocali in ebraico non esistono)''.

 

Ecco qua:

A= alef = "el" significa “Dio”

M=lettera mem = "melek" significa “re”

N= lettera nun = "naaman" significa “fedele”

Ogni volta che diciamo "Amen", affermiamo la fedeltà di Dio che è colui che resta stabile/fermo nella sua alleanza in eterno e affermiamo la nostra fede, cioè la nostra volontà di stabilità e fermezza nel Dio dell'alleanza che professiamo nostro Re e nostro unico Dio”. 

 

- Il termine “Osanna” deriva dall’aramaico e significa “Signore aiutaci, salvaci”. Per il “pentimento”, nel rito antico, era prevista la “confessione dei peccati”, con il significato di “correzione delle proprie colpe”. Per questo avveniva comunitariamente ed alla presenza di tutta “l’Assemblea” dei presenti, anche in questo caso secondo il “format” ebraico. Le Assemblee, ovvero le Messe Comunitarie, avvenivano già alla fine del I secolo di domenica e non di sabato, come era l’uso ebraico dello “shabbat”, in quanto la domenica era il memoriale del giorno della resurrezione del “Messia Ebraico”, come abbiamo detto del “Cristo”. Il Padre Nostro (identico quello della Didachè con quello evangelico) doveva essere recitato tutti i giorni per 3 volte, come prescritto dalla Tefillah ebraica (rito della preghiera israelita).

 

Da quanto fin qui detto risulta del tutto evidente che il “latino” non solo non era preso del tutto in considerazione nelle liturgie “antiche”, bensì era considerato, come detto, una lingua nemica e come tale messa al bando dai primi cristiani. Ma non finisce qui in merito al fatto che la lingua latina non fosse assolutamente la lingua della cosiddetta “Messa Antica”.

 

Nel prossimo articolo infatti, che concluderà l’argomento “Messa in latino”, parleremo di:

- Giustino (100 – Roma, 163/167), Santo e martire, considerato uno dei primissimi filosofi ed apologeti cristiani,

- Clemente Alessandrino (150 -215 circa), teologo, filosofo, apologeta. Santo e Padre della Chiesa.

- Taddeo di Edessa, Vescovo siriano venerato Santo, considerato, dalla Chiesa cristiana uno dei settanta discepoli di Gesù,

- “Paleoanafora Alessandrina”.

 

Ed approfondiremo infine un termine che credo sia più o meno sconosciuto ai più. E’ questo: glossolalia (dal greco γλώσσα) che indica “il parlare in altre lingue”, dono dello “Spirito Santo”.

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