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Carcere di Trento, dopo la rivolta ancora sezioni senza videosorveglianza e poca luce, Sinappe: ''Costretti a usare faretti elettrici''

Andrea Mazzarese, segretario regionale Sinappe, lancia l'allarme: "Gli agenti di polizia penitenziaria costretti a lavorare con l'illuminazione di un faretto che ci è stato lasciato provvisoriamente dai vigili del fuoco e in cinque sezioni manca anche la videosorveglianza"

Di Giuseppe Fin - 21 gennaio 2019 - 05:01

TRENTO. Nessun dispositivo di videosorveglianza e in alcune zone solo un piccolo faretto che non produce la luce sufficiente per la sicurezza delle forze di polizia. In cinque sezioni su otto del carcere di Spini di Gardolo dopo la grave rivolta avvenuta qualche settimana fa, la situazione non sembra essere tornata sicura. A lanciare l'allarme Sinappe il "Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria" che nei giorni scorsi ha proclamato lo stato di agitazione proprio per gli agenti della casa circondariale trentina che si trovano con la propria incolumità a rischio.

 

La rivolta è avvenuta lo scorso 22 dicembre a seguito di un suicidio quando circa 200 detenuti si erano barricati all'interno delle sezioni danneggiandole, dando fuoco anche a sedie, tavoli e suppellettili. Successivamente, grazie ad una'opera di intermediazione, si era riusciti a riportare la situazione alla normalità.

 

A spiegare quello che sta accadendo ora è Andrea Mazzarese, segretario regionale Sinappe. “La rivolta a cui abbiamo assistito - spiega a ildolomiti.it Mazzarese – ha coinvolto cinque sezione su otto ma sono comunque state tutte tenute aperte pur non avendo gli standard minimi di sicurezza per poter portare avanti una adeguata attività lavorativa di controllo”.

 

Nelle cinque sezioni coinvolte nella rivolta i danni sono stati, come già detto, molto ingenti. I detenuti, infatti, hanno distrutto il sistema di videosorveglianza e anche il sistema di illuminazione. “In queste sezioni – spiega il segretario regionale della Sinappe – gli agenti di polizia penitenziaria sono costretti a lavorare con l'illuminazione di un faretto che ci è stato lasciato provvisoriamente dai vigili del fuoco”.

 

Una situazione, dal punto di vista della tutela per chi lavora in carcere, per nulla tranquilla. “E' chiaro – spiega sempre Mazzarese - che con la voce che aleggiava da parte dei detenuti nel giorno della rivolta di voler uccidere un poliziotto penitenziario, tutto questo non ci lascia sereni”.

 

Il 14 gennaio proprio su queste problematiche si è tenuto un tavolo assieme ai vertici della Casa circondariale di Gardolo. Un incontro nel quale sono state evidenziale le criticità che si sono create a seguito della rivolta e che fino ad oggi non sono state però ancora risolte mettendo a rischio la vita di molti agenti.

 

“Una parte dei detenuti che hanno dato vita alla rivolta sono stati spostati ma una quarantina di quelli attivi durante quella giornata, intenzionati quindi ad aggredire la polizia, sono ancora nella struttura di Gardolo. Essendo questi tutti a regime aperto in queste sezioni danneggiate hanno la possibilità comunque di mettere in atto attività violente nei confronti di un agente sapendo che non sono ripresi dalle telecamere perché distrutte e sapendo che il secondo collega della sezione non riuscirebbe intervenire in maniera adeguata anche per la mancanza di luce”.

 

Nell'ordinamento penitenziario le sezioni a regime aperto stanno ad indicare che le camere di pernottamento durante il giorno devono rimanere aperte otto ore e mezza (a breve diventeranno dieci ore). Durante questo arco di tempo, quindi, i detenuti possono uscire dalla propria cella, andare in quella di altri o trascorrere la giornata nei corridoi. “Visto che in queste sezioni ci sono le persone che hanno contribuito alla rivolta di dicembre – spiega Mazzarese – è comprensibile il rischio a cui vanno incontro gli agenti quando entrano e si trovano circondati da questi detenuti con poca luce e senza sistema di videosorveglianza”.

 

La richiesta che è stata fatta dal Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria al provveditore del carcere è stata quella di disporre le camere chiuse nelle sezione danneggiate fino a quando non siano sostituite le telecamere e l'impianto di illuminazione. A questa richiesta, però, tarda ad arrivare una risposta tanto da portare il sindacato a proclamare lo stato di agitazione e pronto anche ad altre azioni se necessario. “Stiamo cercando di portare l'attenzione – ha spiegato Andrea Mazzarese – sulle problematiche che hanno fatto nascere la rivolta e su quello che è successo dopo. Noi non vogliamo girarci dall'altra parte perché l'incolumità dei lavoratori viene prima di ogni cosa. Se non saremo ascoltati siamo pronti, in tempi brevi, a diverse forme di protesta”.

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