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Tre anni di abusi in Africa, scambiata per soldi e obbligata a prostituirsi dalla mafia nigeriana. La storia di Hope e di quando ha gettato la sua Sim in mare

“Bene, è arrivata una nuova pollastrella” , sono queste le parole che Hope (nome di fantasia per motivi di sicurezza) ha sentito la mattina che ha capito di essere stata venduta alla mafia nigeriana. Aveva appena 18 anni quando è successo. E' stata costretta a spogliarsi, a farsi valutare come un oggetto all'asta da Madame, colei che si occupa del business nigeriano. Poi è finita sulla strada

Di Giuseppe Fin - 12 novembre 2019 - 05:01

TRENTO. Comprata dai suoi carnefici, rivenduta e poi ancora scambiata per soldi, vittima di violenze fisiche e psicologiche, costretta a rimanere ferma su una sedia con le mani legate per intere notti e a vivere per giorni con un sola ciotola di riso e dell'acqua sporca.  Hope (nome di fantasia che usiamo per motivi di sicurezza) ha 25 anni ed è arrivata in Trentino nel 2017 dopo essere stata per tre anni nella mani della mafia nigeriana, vittima di quei trafficanti di esseri umani che vivono nutrendosi della disperazione delle famiglie.

 

Hope è riuscita a farcela. Arrivata stremata con un barcone in Italia è riuscita a fuggire da questa rete di stampo mafioso riprendendosi quella libertà che le era stata negata. A Trento, dopo essere arrivata nel campo di Marco, è stata trasferita in un'altra struttura dove ha iniziato il suo percorso di integrazione. Oggi fa la cameriera e finalmente può pensare al suo futuro.

 

Quello che le è successo, però, non potrà mai essere cancellato. Parla a bassa voce quasi come se avesse paura di farsi scoprire. Le parole sono accompagnate da uno sguardo sempre tenuto basso. Parlare di quello che ha dovuto sopportare per tre anni ancora le fa male. Però non si ferma perché sa che questo è l'unico modo per far conoscere la sua storia e di denunciare quello che tante ragazze ancora oggi sono costrette a sopportare.

Lo fa davanti ad una tazza calda di tè. Alcuni dettagli della sua storia non saranno riportati in questo articolo per motivi di sicurezza. La mafia nigeriana da anni è radicata sul territorio italiano. Si nutre della tratta di esseri umani, prostituzione e spaccio di stupefacenti.

 

Il rapporto Easo Coi Nigeria “Women sex trafficking” delinea con precisione i tratti distintivi delle ragazze che vengono trafficate. La maggioranza è originaria dell'Edo State, regione nella quale è, secondo fonti internazionali, iniziato il business illegale della tratta di esseri umani, e in particolare di giovani donne con lo scopo di avviarle alla prostituzione. Il target sono ragazze che vivono in famiglie povere e spesso orfane, tra i 17 e i 28 anni.

Hope rientra in questo identikit. Con la sua famiglia viveva a Benen city nell'Edo State. Dopo la morte del padre, la madre non riesce a mantenerla e a garantirle gli studi. Per questo decide di accordarsi con un amico di famiglia affinché si occupi di lei. Hope lo conosce, lo chiama zio. In cambio aveva il compito di aiutare nei lavori in casa e a vendere la verdura al mercato.

La sua 'nuova' vita assieme a quell'amico di famiglia che avrebbe dovuto garantirle un futuro sembrava non avere intoppi. Fino a quando una notte l'uomo che lei chiamava 'zio' si presentò accanto al suo letto e pretese dalla ragazza prestazioni sessuali, imponendole l'assoluto silenzio per non svegliare la moglie e i figli. Non fu l'unica e nemmeno l'ultima volta che il suo samaritano divenne carnefice. Hope, che inizialmente dormiva assieme ai figli della coppia, fu messa addirittura in una stanza da sola per evitare che qualcuno si accorgesse di quello che era costretta a sopportare.

 

Ad un certo punto, però, la ragazza si ribella e minaccia di raccontare ogni cosa alla moglie, l'uomo le intima di stare zitta se non vuole essere uccisa. Le spiega che inizierà tra poco la scuola. Un giorno, con la scusa di farle visitare il nuovo convitto, la fa salire in un taxi. Un viaggio che la porta davanti ad un palazzo disabitato. Ancora in costruzione. Qui lo 'zio' fa scendere Hope dall'auto e la fa entrare in un piano dell'edificio completamente disabitato, dove trova ad attenderla tre uomini. Lei viene fatta sedere su una sedia in un angolo con le mani legate mentre dopo una breve contrattazione, l'uomo che l'aveva fino a quel punto accompagnata, quello che avrebbe dovuto garantirle un futuro e uno studio, se ne va con una busta piena di soldi. “Bene, è arrivata una nuova pollastrella” sente dire dai tre uomini. Hope era appena stata venduta alla mafia nigeriana. In quello stabile ancora in costruzione, sotto gli occhi di una guardia, rimane legata per tutta la notte. Le viene data solo dell'acqua e un po' di riso, senza la possibilità di alzarsi nemmeno per recarsi in bagno.

 

Il mattino seguente davanti allo stabile arriva una donna. Ha con lei dei soldi con i quali vuole acquistare la giovane. Prima di dichiarare concluso l'affare, però, Hope viene fatta spogliare per essere valutata e procedere poi con l'acquisto. La donna e una Madame, colei che gestisce il business della mafia nigeriana, servendosi di persone che le garantiscono la ramificazione di cellule in diversi Paesi.

 

La ragazza viene fatta salire in un'auto che la porta in direzione di Agades e poi in Libia dove viene fatta dormire in una casa che ospita già una trentina di ragazze. Sono stipate in una stanza e sono tutte state acquistate da Madame. Ora ognuna ha un debito da saldare con la donna. Per chiudere il conto vengono sfruttate e fatte prostituire. Ogni notte, impossibile ribellarsi. Le minacce sono tante e anche i metodi di controllo tramite riti tribali come juju, magia nera e giuramenti.

 

Ad un certo punto Hope viene portata anche in carcere dove continua ad essere sfruttata fino a quando Madame decide di rivenderla ad un altro compratore. Un uomo, questa volta. Con lei anche un'altra ragazza si trova nella stessa situazione. Il loro debito continueranno a pagarlo, ma questa volta in Italia. Se non lo avessero fatto sarebbero state uccise con il juju, un rito tribale africano.

Hope e l'altra ragazza vengono caricate in macchina e portate al punto di partenza dei barconi. Vengono affidate ad un libico che le fa salire su un barcone lasciato poi in balia del mare. Due giorni in acqua, al freddo e sotto la pioggia. Fino a che non viene raggiunto dalla Blue Sea, una nave di soccorso italiana. All'arrivo a Lampedusa Hope è gravemente malata. Le vengono tolti i vestiti bagnati che indossava. E mentre si sveste perde il biglietto che le era stato dato dal suo ultimo carnefice. In quel pezzo di carta c'era il numero di telefono che avrebbe dovuto chiamare appena arrivata in Italia per contattare una delle Madame presenti nel nostro Paese. Non può più farlo.  Ha ancora con sé, però, il cellulare sul quale pochi giorni dopo riceve la chiamata del suo carnefice che la intima di lasciare il campo di accoglienza in cui si trova minacciandola di colpirla con il juju se non avesse contattato la Madame e pagato il suo debito.

 

Hope questa volta trova la forza di chiudere la telefonata, staccare la scheda del cellulare e gettarla. Vuole dare un taglio netto con la mafia nigeriana che fino ad allora l'aveva seguita e con quella sorte di giogo psicologico che le avevano messo.  Riesce a farcela arrivando poi in Trentino, al campo di Marco. Qui viene accolta e aiutata. La sua terribile storia viene ascoltata. Tante ragazze, come lei, non ce l'hanno fatta.

 

A Trento Hope ora ha una “Protezione sussidiaria” per cinque anni. Qui ha iniziato un percorso di accoglienza ed è riuscita a trovarsi un lavoro da cameriera. Le violenze subite non potranno mai essere cancellate. Lo si capisce dai suoi occhi mentre racconta la storia che l'ha segnata profondamente. Ora però, può guardare avanti. A quel futuro che fino a pochi anni fa la mafia le aveva negato.

 

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