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''Sotto cuffie, tute, maschere, occhiali protettivi, accaldati, sudati emergono solo gli occhi, Noi ci prepariamo per tornare nel trambusto, voi restate a casa''

Il messaggio di Lara, Elena, Andrea dei soccorsi del 118 pubblicato dall'Azienda sanitaria del Trentino. Un messaggio tutto da leggere per poter ringraziare chi ogni giorno si impegna per salvare le nostre vite anche contro questo ''virus bastardo, subdolo che non guarda in faccia nessuno''

Pubblicato il - 26 marzo 2020 - 19:42

TRENTO. ''L’hashtag dice #andratuttobene, ma speranza e realtà, oggi in particolare, cozzano. Per tanti andrà tutto bene, ma tanti non sono tutti e non ce la sentiamo di essere troppo tranquillizzanti: la guardia deve essere mantenuta alta, anche perché questo è un virus bastardo, subdolo e non guarda in faccia nessuno. Quindi l'unico hashtag deve essere #IORESTOACASA''. Elena, Lara, Andrea: sono gli ''angeli'' del 118 quelli che rispondono al telefono, quelli che dopo la chiamata partono per il soccorso, quelli che sono al lavoro in ''tutto il Trentino per garantire la sicurezza dei professionisti, delle persone che soccorriamo e per garantire continuità anche ai colleghi che ci aspettano in ospedale: arriviamo in pronto soccorso, non ci riconosciamo quasi più. Sotto cuffie, tute, maschere, occhiali protettivi, accaldati, sudati, impacciati nei movimenti …..emergono solo gli occhi''.  

 

Un messaggio importante per capire cosa c'è dietro quanto stiamo vivendo, pubblicato dall'Azienda sanitaria del Trentino e che condividiamo anche noi de il Dolomiti invitando tutti a fare lo stesso perché la conoscenza è un'arma fondamentale e capire anche il lavoro e l'impegno che c'è in chi ogni giorno ci soccorre, ci cura, ci ascolta, può essere una preziosa lezione anche per affrontare questo ''virus bastardo, subdolo e che non guarda in faccia nessuno''.

 

Centrale operativa 118.

Inizia il turno. «Ciao come va?» Domanda retorica che nasconde altri interrogativi...ci siamo ancora tutti? Stiamo tutti bene? E il pensiero è per tutti i colleghi, infermieri, medici, soccorritori, volontari, i colleghi del pronto soccorso e dei reparti tutti, i colleghi in isolamento e il collega del 118 di Bergamo.

Era forte, era sano, era... uno, due, tre squilli. I telefoni ci riportano subito alla realtà. Sospendiamo i pensieri. Basta pensare a noi, altri hanno i nostri bisogni, le nostre paure, le nostre incertezze e soprattutto in tanti hanno bisogno del nostro intervento e della nostra consulenza.

Giusto il tempo per lavarsi le mani, indossare la mascherina, disinfettare la postazione di lavoro, la tastiera, il mouse, i display, le penne, i braccioli della sedia, cornette di telefoni e citofoni e ancora e ancora…
Le chiamate sono incessanti: non basta il numero verde dedicato, non bastano i medici di famiglia, né le guardie mediche, le ambulanze sono sempre impegnate.

La gente ha paura e ha ragione ad averne. Non si tratta di psicosi, è preoccupazione per sé, per i propri cari. Anche un raffreddore diventa fonte di ansia e come dire il contrario? E questa tosse e il respiro corto, che vuol dire tutto e niente, e quelle poche linee di febbre o la febbre che non cala nonostante l'antipiretico, nonostante l'antibiotico...cosa posso fare, cosa devo fare, come mi devo comportare, che cosa devo pensare?

L’hashtag dice #andratuttobene, ma speranza e realtà, oggi in particolare, cozzano. Per tanti andrà tutto bene, ma tanti non sono tutti e non ce la sentiamo di essere troppo tranquillizzanti: la guardia deve essere mantenuta alta, anche perché questo è un virus bastardo, subdolo e non guarda in faccia nessuno. Anziani, adulti, giovani, ragazzi, bambini, uomini o donne, sani o affetti, come dicono i telegiornali e gli esperti «da altre patologie e comorbidità».
Quindi l'unico hashtag DEVE essere #IORESTOACASA.

Il riassetto organizzativo è incessante, l'investimento mentale continuo. Arriva un'altra chiamata, l'ennesima, attiviamo un'altra ambulanza, tutti concentrati su come affrontare in sicurezza il soccorso, ripassiamo assieme la procedura al di qua e al di là del telefono, con i colleghi di tutto il Trentino per garantire la sicurezza dei professionisti, delle persone che soccorriamo e per garantire continuità anche ai colleghi che ci aspettano in ospedale: arriviamo in pronto soccorso, non ci riconosciamo quasi più. Sotto cuffie, tute, maschere, occhiali protettivi, accaldati, sudati, impacciati nei movimenti …..emergono solo gli occhi.

«Chi sei?», «Ma dai sono io»...«Oh cavolo non ti avrei riconosciuto!!!». Un sorriso con gli occhi e via a trasmettere le informazioni, i sintomi, la situazione…, un saluto e un incoraggiamento banale ma di cuore anche a chi abbiamo accompagnato e via. Noi ci prepariamo per tornare nel trambusto, voi restate… a casa.

Elena, Lara, Andrea

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