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Assassinio dell'ambasciatore, Padre Eliseo: “L’uccisione di Attanasio non è frutto di uno sbaglio. I ribelli hutu? Non credo siano loro i colpevoli”

A una settimana dall'attentato in cui è morto Luca Attanasio, Padre Eliseo, missionario comboniano originario della Valpantena che per oltre 30 anni ha lavorato in Congo, parla della complessa situazione del Paese e delle accuse del governo congolese verso i ribelli: "Alcuni elementi non sono chiari, andando per esclusione si può pensare a forze legate allo Stato o ai Paesi vicini"

Di Francesca Faccini - 01 March 2021 - 17:28

TRENTO. È trascorsa una settimana esatta dall’agguato a un convoglio Onu avvenuto nel Nord Kivu in cui hanno trovato la morte l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, una settimana durante la quale si è tornati a parlare della situazione in cui versa il Congo.

 

Vasto quasi quanto tutta l’Europa occidentale, il Congo – in particolare la zona est del Paese – è un territorio ricchissimo di risorse naturali e materie prime che fanno gola a tutti: cobalto, oro, legno, rame, diamanti, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tungsteno, cadmio, petrolio, coltan (l’80 per cento delle riserve mondiali di coltan si trovano a Kivu, come spiegato nella tesina di Michela Tacchella che pubblichiamo in versione integrale in fondo all’articolo) guidano gli interessi più di qualsiasi altro potere politico e danno corpo a uno sfruttamento illegale delle risorse che finisce nelle mani di organizzazioni criminali transnazionali che operano dentro e fuori i confini della Nazione. Questa estrema ricchezza è strettamente connessa a quella che è definita la “guerra mondiale africana”, un conflitto che da 26 anni insanguina soprattutto la regione dei Grandi Laghi, chiamato così per la quantità di eserciti che vi hanno combattuto e l’alto numero di morti.

 

Come raccontatoci da Padre Eliseo, missionario comboniano originario della Valpantena che per oltre 30 anni ha lavorato in Congo, “le guerre che hanno martoriato il Paese in questi anni sono conflitti di alto livello dettati dalla volontà di accaparrarsi le materie prime. Molto spesso si sente parlare di guerre tribali, ma queste ultime sono ostilità di facile risoluzione. La guerra mondiale africana è mossa dalle esigenze di multinazionali tecnologiche che finanziano gli scontri e sostengono governi corrotti. Queste grandi aziende americane, cinesi ed europee non agiscono direttamente sul posto, ma si avvalgono di intermediari”.

 

L’accusa del governo congolese che vede i ribelli hutu delle milizie Fdlr (Forze democratiche di liberazione del Ruanda) non incontra dunque il pensiero di Padre Eliseo che è rimasto colpito dall’efficacia dell’attacco: “Strano che in una sparatoria rimangano colpite solo 3 persone. Se l’azione fosse opera delle milizie Fdlr, è anomalo il fatto che nessun ribelle sia rimasto ucciso. Inoltre, la zona dove è avvenuta l’uccisione è a soli 15 km da Goma: se si fosse trattato di un’imboscata per mano di ribelli, sarebbe stata scelta un’area più isolata. Pur non potendo ancora attribuire a qualcuno la colpa, se si va per esclusione è possibile pensare a forze legate allo Stato o ai Paesi vicini”.

 

Il pensiero di Padre Eliseo è in linea con l’affermazione di Zakia Seddiki, moglie di Attanasio, che, in un’intervista al Corriere della Sera, parla di un tradimento di chi sapeva gli spostamenti di Attanasio. Il Pam (Programma alimentare mondiale), l’agenzia delle Nazioni Unite che aveva invitato l’ambasciatore a visitare un suo progetto per le scuole, avrebbe dovuto occuparsi della sicurezza, ma, secondo Seddiki, qualcuno all’interno del Pam sapeva che la scorta non era adeguata. In questo contesto prende vita il rimpallo di responsabilità tra l’ambasciata italiana, il World food programme e il governo congolese circa l’uccisione di Attanasio: se in un primo momento Kinshasa aveva dichiarato di non essere a conoscenza del viaggio di Attanasio, ha poi dichiarato di aver ricevuto la notizia dell’annullamento della missione da Attanasio stesso che avrebbe fatto visita al direttore del Protocollo di Stato.

 

Per la Repubblica democratica del Congo un anno cruciale è il 1994 con l’esodo di decine di migliaia di hutu dal Ruanda al termine del genocidio ruandese che causò circa un milione di morti. Da allora la regione di Goma è stata palcoscenico di conflitti, causati da spinte secessioniste e mire espansionistiche, che generano una situazione di forte destabilizzazione. Tale insicurezza politica torna però utile a chi in Africa ha forti interessi. Come ricorda Padre Eliseo “più disordine c’è, più facile è portare via”, in altre parole maggiore è il disordine in cui versa una regione, più facile è avere accesso alle sue risorse. In tale scenario di voluto caos, i quasi 16mila Caschi blu armati presenti nella Repubblica democratica del Congo da oltre un ventennio si dimostrano inerti e la loro missione inconcludente, una situazione quest’ultima che fa drammaticamente eco al conflitto ruandese.

 

 

 
 

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