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Golpe dei militari in Sudan, arrestato il premier. Raffaelli: “Forse dietro il colpo di stato l'incoraggiamento di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti”

A due anni e mezzo dalla caduta del dittatore Omar al-Bashir, la transizione democratica in Sudan subisce una battuta d'arresto con la presa del potere da parte dei militari. A raccontare a il Dolomiti la situazione nel Paese africano Mario Raffaelli, già sottosegretario agli esteri, inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa dal 2003 al 2005 e presidente Amref: “Da qui a qualche settimana era in programma il passaggio del potere in mano ai civili”

Di Filippo Schwachtje - 25 ottobre 2021 - 18:05

TRENTO. Ci avevano provato qualche giorno fa gli Stati Uniti d'America ad allontanare lo spettro del colpo di stato, quando l'inviato speciale per il Sudan Jeffrey Feltman aveva esplicitamente dichiarato che “ogni cambiamento forzato al governo di transizione” avrebbe messo in dubbio “l'assistenza americana” nel Paese (si parla di circa 377 milioni di dollari in aiuti umanitari solo per quest'anno). Le minacce degli americani non hanno però fermato i militari sudanesi che questa mattina, lunedì 25 ottobre, hanno preso il potere nel Paese africano, arrestando il primo ministro Abdalla Hamdok, scomparso insieme alla moglie, e altri importanti funzionari.

“Il Sudan è un Paese complicato, la situazione che stiamo vedendo oggi ha origine oltre due anni fa, quando è stato cacciato il dittatore Omar al-Bashir”. A spiegare a il Dolomiti quello che in questo momento sta succedendo in Sudan è Mario Raffaelli, già sottosegretario agli esteri, inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa dal 2003 al 2005 e presidente Amref. “In questa fase in Sudan si sta portando avanti un esperimento di transizione – dice Raffaelli – che prevedeva un Consiglio presidenziale, un organo misto formato da militari e civili, guidato da un generale che nel giro di poche settimane avrebbe dovuto lasciare il potere pienamente in mano ai civili”.

Abdel Fattah al-Burhane, questo il nome del generale, ha fatto sapere che un nuovo governo ora guiderà il Paese fino alle elezioni del 2023 continuando il processo di transizione democratica mentre il primo ministro Hamdok, che avrebbe dovuto prendere il posto di al-Burhane nel giro di poche settimane, è stato arrestato dopo essersi rifiutato di sostenere il golpe, “E' dalle prime ore di oggi che sto seguendo direttamente la situazione – continua Raffaelli – perché mia figlia si trova a Khartoum (la capitale del Sudan ndr) come responsabile relazioni esterne dell'Unhcr. Per il momento siamo riusciti a rimanere in contatto solo via sms perché è stata tagliata sia la linea telefonica che la rete internet”. In vista del passaggio di potere, continua l'ex sottosegretario agli esteri: “Nelle ultime settimane il nervosismo è salito parecchio. Un tentativo di golpe era già stato sventato. Era talmente evidente che si stava preparando qualcosa che l'inviato speciale americano in Sudan aveva ribadito l'importanza di portare a termine la transizione democratica, mettendo in dubbio l'arrivo di aiuti americani se quest'ultima fosse stata interrotta con la forza”.

Nella capitale del Paese questa mattina la situazione sembrava relativamente tranquilla racconta Raffaelli, sottolineando come tutti gli attori internazionali abbiano preso una posizione netta: “Dagli Stati Uniti all'Unione Europea fino all'Unione Africana, tutti hanno condannato il colpo di stato. In particolare l'Unione Africana ha sospeso temporaneamente la membership del Sudan, intimando i militari al potere di liberare tutte le persone arrestate”. Importante in particolare la condanna arrivata da parte della Lega Araba, spiega Raffaelli: “Perché dietro il golpe, vista la posizione statunitense, c'è probabilmente il contrappeso fornito da Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che hanno forse incoraggiato i militari”. Ora bisognerà vedere come evolve la situazione ma l'importante, conclude Raffaelli: “E' che non si degeneri in violenza. La comunità internazionale in questo momento deve lavorare per far riprendere il dialogo tra la componente civile e quella militare. Il Sudan è un Paese complicato, tra i conflitti con il Sud, le contraddizioni interne e le diverse aree petrolifere è una delle zone più difficili in Africa, fonte di possibile grande instabilità”. Nelle città sudanesi intanto sono moltissimi i cittadini che stanno protestando contro il golpe e la presa del potere dei militari. Le ultime notizie parlano dell'utilizzo da parte dell'esercito di munizioni vere contro i manifestanti mentre in tutto il Paese è stato dichiarato lo stato d'emergenza.

 

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