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Il dolore buono del commiato autorevole

Torna domani sera, venerdì 15, l'appuntamento con la "Bella Stagione" del Teatro Portland. Tocca a Giovanni Betto che con il suo monologo "Neve" offre il delicato rapporto tra un nipote ed un nonno scomparso nella Seconda Guerra Mondiale. Il conflitto viene spogliato della sua storicità per diventare paradigma della condizione umana fragile e illusoria

Pubblicato il - 14 febbraio 2019 - 10:33

TRENTO. Torna con un nuovo e interessante appuntamento "La Bella stagione" del teatro Portland. Torna domani sera, venerdì 15 febbraio alle ore 21.00 , offrendo il palco allo spettacolo di e con Giovanni Betto "Neve", per la regia di Mirko Artuso. Finalista al Premio In-Box 2018 di Siena, riconoscimento promosso dalla rete di teatri indipendenti "In-Box". 

 "Neve" è stato inoltre selezionato per il il premio “L'Italia dei Visionari” - Kilowatt Festival 2018 di Sansepolcro.Un racconto delicato durante il quale un nipote rivolge lo sguardo ed il cuore al ricordo del nonno, scomparso nel corso della seconda guerra mondiale. L'uomo affronta il dolore della perdita e della tragicità della guerra in un'escalation di pathos che condurrà ad un colpo di scena. Uno spettacolo imperdibile, un monologo accorato e coinvolgente.

 Dalle note di regia si legge: "21 gennaio 1943. Ritirata di Russia. Neve. Tanta. Nell'insensata tragicità della guerra, un uomo, poi dato per disperso, fa la sua scelta fra la vita e la morte. Ma la sua scelta segnerà il destino di molti. Quest'uomo in qualche maniera ritorna a farsi “vivo”, come un fantasma portato dal vento del tempo. Ma quella scelta primigenia fra vita e morte travolge prima una moglie, poi una figlia, poi un nipote. E il nipote, oggi, esige risposte. Perché ha ereditato un dolore che nessuno ha saputo trattare.  E allora il nipote non ci sta. Basta dolore cattivo. Ci vuole un dolore buono. Per ritualizzare il passaggio ma, soprattutto, il commiato amorevole. Ecco quindi che il nonno parla.

 

 Un monologo/dialogo che spoglia la guerra della sua storicità, per farne invece un paradigma della condizione umana, fragile e illusoria. Ma anche una voce alta, che tutti noi, in qualche modo nipoti, non vogliamo dimenticare. Perché la morte, vera o presunta che sia, non può togliere vita. Per questo si alza questa voce. Una voce che grida l'attaccamento alla vita, istintivo, viscerale e che ci invita a gioire, ad amare e a inseguire il nostro essere di felicità. Per scioglierla la neve. Tutta."

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