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Trainspotting: un teatro vietato ad immaturi, ipocriti e bacchettoni

Giovedì 10 Villazzano la rassegna dedicata a registi e attori che hanno lasciato il segno nel Festival Fantasio propone la versione teatrale riveduta ma non corretta nella sua crudezza del film culto degli anni 90. Quattro attori per uno spettacolo che non edulcora una realtà che oggi non è diversa da quella raccontata nella Scozia degli emarginati di  Welsh e Boyle. Solo che adesso la bestemmia è il razzismo e la droga è l'intolleranza

Di Carmine Ragozzino - 08 gennaio 2019 - 09:11

TRENTO. Consigli degli organizzatori, (anche un po’ miei): astenersi  gli ipocriti, astenersi i bacchettoni, astenersi quelli che non vorrebbero che se ne parlasse perché abituati a nascondere la polvere sporca della realtà sotto il tappeto di un perbenismo di facciata.

 

 I consigli, (degli organizzatori e miei) riguardano l’approccio ad uno spettacolo che il teatro di Villazzano propone giovedì 10 come atto ulteriormente coraggioso di una rassegna che sta regalando prosa contemporanea e stimolante nei testi, nelle regie e nelle scelte di palcoscenico. Trattasi della rassegna che il team Corradini (Mirko, Cristian e una giovane squadra di collaboratori alquanto motivati), ha dedicato quest’anno ai personaggi che anno dopo anno nei 19 del festival sono emersi per capacità e originalità dentro il Fantasio, curiosa e inedita gara di regia teatrale.

 

 Alla sua terza tappa la mini stagione del Fantasio aumenta la quota dell’azzardo. Programma la versione teatrale di “Trainspotting”, un prima libro e poi film che trasportando sullo schermo la scrittura senza fronzoli di Irvin Welsh permise al regista da Oscar Danny Boyle di sbattere in faccia al mondo l’universo perduto nel nichilismo chimico e psicologico di una periferia scozzese degli anni 90 paragonabile a chissà quanti altri contesti non solo metropolitani e soprattutto non solo britannici. “Trainspotting” – al cinema come in teatro – è roba forte. E la storia maledetta di quegli anni 90 oggi è ancora più maledetta. E più diffusa.

 

  Droga e turpiloquio sono cibo e vocabolario degli eroi al contrario, di chi campa considerando la propria vita un’assenza: noia, espedienti, viaggi dentro abissi di buchi e vomito, sesso per modo di dire, disastro sociale, immersione quotidiana nel nulla e nel tempo che nonostante tutto passa.

 

 La versione teatrale del libro e del film che misero e mettono ko il quieto vivere non edulcora la scomoda, spesso imbarazzante, forza d’urto di “Trainspotting”. Il regista Sandro Mabellini ha solo ravanato su Internet per scovare chi tra gli esperti di drammaturgia gli fosse più potenzialmente amico nel suggerire un efficace adattamento di un “cult” cinematografico alle particolarità di un palcoscenico. Ha trovato Wajdi Mouawad è ne è rimasto folgorato. Di lì, gioco fatto. Gioco affidato a quattro attori che hanno accettato la sfida del paragone con Ewan McGregor e gli altri del Trainspotting da schermo per caricare la scena di violenza, “cattive abitudini” ma anche di autoironia e di un certo umorismo, seppur entrambi auto-distruttivi.

 

 Gli attori di “Trainspotting”, preoduzione Tieffe Teatro Milano, sono Marco Bellocchio, Valentina Cardinali, Michele Di Giacomo e Riccardo Festa. Quest’ultimo materializza anche il rapporto tra “Trainspotting” e Festival Fantasio perché da regista lo vinse nel 2012. Oggi Festa si fa dirigere e come i partner di una scena essenzialmente spoglia fa festa alla sfida attoriale di dividersi in diversi personaggi cambiando toni, gesti, movimenti.

 Ma in Trainspotting si può cambiare quel che si vuole ma non il realismo di storie al limite di tutto che purtroppo da quegli anni 90 ai giorni nostri si sono moltiplicate a dismisura dentro società che disoccupazione dal lavoro e dai valori negano il futuro ad intere generazioni.

 

 Per questo “Trainspotting” è proposta consigliabile, seppur con le raccomandazioni di inizio presentazione. Agli ipocriti, (razza imperante nelle istituzioni e nella società in questi tempi sempre più grami) si suggerisce di rimanere a casa a fare quell'esame di coscienza che purtroppo non faranno mai. Li invitiamo a farsi una domanda e darsi, se hanno appunto coscienza, una risposta: è più bestemmia quella pronunciata in un passaggio di uno spettacolo o quella tragicamente quotidiana di chi crede ormai normale e naturale il razzismo, l’intolleranza, la demagogia e la sopraffazione?

 

 Ai bacchettoni si consiglia di continuare a trastullarsi nei propri anacronismi, immaginando nemici formato mignon anche quando un bimbo straniero va in altalena e scambiando per facinorosi gli insegnanti che in un la classe si sforzano di diffondere la parità tra ragazzi e ragazze e di cacciare il bullismo in castigo.

 

  Per tutti gli altri – e si insiste a credere che siano di più – “Trainspotting” è una realtà con la quale fare in conti. È quel che non si vorrebbe ma che c’è. È devianza, eccesso, regresso ma anche disperazione, solitudine, grido, appello. L’arte – e il teatro è arte in presa diretta – non può scappare al rischio di una crudezza e dell’esplicito. Tradirebbe e si tradirebbe.

 

 Nel proporre “Trainspotting” quelli del Teatro di Villazzano non mettono le mani avanti ma fanno corretta opera di prevenzione quando spiegano che trattasi di spettacolo per pubblico adulto. Forse però la definizione è sbagliata. Sarebbe più utile parlare di pubblico maturo. I giovani, finanche gli adolescenti, sono spesso sorprendenti maestri di maturità nella loro voglia di non farsi imprigionare dentro schemi e convenzioni. E gli adulti, al contrario, sono troppo spesso incurabili nelle loro metastasi fatte di presunzione ed egoismo.

 

 “Trainspotting”, dunque, è uno spettacolo per “maturi”. Basta mettersi d’accordo sul concetto di maturità. Una chiave possibile? Accettare di misurarsi con i fenomeni meno rassicuranti. Per provare a capire prima di giudicare quel che non si conosce e, peggio, non si vuol conoscere. La cultura – in questo caso il teatro – aiuta. Anche e specialmente quando ti comunica che la realtà non è riducibile a slogan e non è semplificabile attraverso manipolazioni sempre più becere. Insomma con la realtà occorre fare i conti anche quando ti sputa in faccia tutte le sue contraddizioni.

 

ECCO COME REGISTA E ATTORE (Mabellini e Festa) raccontano il loro Trainspotting prima di una replica in Toscana

 

 

 

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