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Tutte le incognite sull’Amazon trentina, l’esperto: “Fare e-commerce non significa mettere in piedi un sito ed il gioco è fatto”

Dai costi elevati alla mancanza di un progetto ben definito problemi e possibili soluzioni per “l’Amazon trentina”. L’esperto: “Come per qualsiasi attività commerciale, o vi è un profitto o non c’è motivo per cui debba rimanere aperta. L’online è una risorsa, non una minaccia, ma solo se la si sa utilizzare nelle misure e nei contesti adeguati”

Di Tiziano Grottolo - 31 maggio 2020 - 19:26

TRENTO. “Valorizzare la produzione trentina, aiutare il settore del commercio, essere in grado di rispondere in tempo reale alle esigenze del cliente e intrattenere un rapporto privilegiato con la clientela” sono queste le caratteristiche che secondo l’assessore al lavoro e allo sviluppo economico Achille Spinelli dovrà avere la cosiddetta Amazon trentina. “Nella legge 55 abbiamo introdotto questa sorta di progetto di e-commerce trentino – osserva l’assessore – che, nonostante sia stato un po’ banalizzato, vuole portare un aiuto alla prosecuzione del commercio trentino che in questo momento è fra i settori che stanno soffrendo di più”.

 

Quello della Pat è sicuramente progetto sicuramente ambizioso ma allo stesso tempo potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua, soprattutto se mal gestito, provocando un grave danno economico senza peraltro portare benefici al commercio trentino. Ciò che più preoccupa è la risposta fornita dall’assessore qualche settimana fa, a domanda specifica spinelli replicava: “L’alternativa era non fare nulla come hanno fatto altri territori, si tratta di un progetto di ricerca che la Provincia finanzierà, da parte nostra vogliamo inserire un elemento di innovatività e provare a sviluppare un sistema trentino di rapporto tra cliente e fornitore nel settore del commercio multisettoriale”.

 

Insomma per ora è ancora difficile intravedere quale forma avrà il progetto, tanto che lo stesso assessore specificava: “Abbiamo impostato degli obiettivi, non avevamo la possibilità di disciplinarli, non siamo una casa software, non discipliniamo e non costruiamo, noi diamo la possibilità a soggetti terzi, che non sono solo case software ma anche logistica avanzata quindi hardware, di proporre un sistema aggregando fra loro tante competenze”. Incalzato sulle tempistiche Spinelli ha parlato del 2020: “Dobbiamo avere modo di ricevere un progetto di ricerca, abbiamo una nostra fondazione Hit (hub tecnologico di Povo ndr) all’opera il nostro advisor tecnologico e sicuramente cercheremo di avere nei tempi più rapidi possibili una proposta che possa essere valida”.

 

In attesa di queste proposte abbiamo contatto chi nel settore ci lavora da tempo: è il caso di Mattia Soragni, Digital Marketing Strategist, che in 13 anni di attività si è specializzato in strategia di marketing, analisi delle performance aziendali e individuazione del metodo più efficace per supportare le aziende del settore food & beverage nel digital marketing creando opportunità commerciali attraverso il web. Soragni è il Ceo di Target Food, agenzia specializzata in strategie di marketing digitali. In pratica l’esperto di cui la Giunta sembrerebbe avere un gran bisogno per provare a realizzare l’Amazon trentina.

 

Alla luce delle dichiarazioni fin qui rilasciate quanto potrebbe costare la realizzazione di una piattaforma che realizzi gli obiettivi della Pat?

“Oggi, esistono soluzioni che permettono di attivare un e-commerce da poche centinaia di euro fino a decine di migliaia di euro per la sola creazione, esclusa quindi la parte di manutenzione ed aggiornamento necessaria”.

 

Come è possibile che per avere ‘apparentemente’ la stessa cosa, ci siano soluzioni e costi così diversi?

“La risposta sembra semplice ma non è sicuramente scontata: la piattaforma tecnologica è solo una parte dei costi di sviluppo di una piattaforma e-commerce. Vanno calcolati anche i costi legati ai protocolli di sicurezza, sistemi di pagamento, collegamenti con altri software gestionali, poi c’è la promozione, gestione del magazzino, coordinamento logistico e tutto ciò che ne consegue”.

 

Per il Trentino si parla di un sistema di consegne con “furgoni elettrici, bici elettriche, con tutti i crismi, e con negozi che dovranno attrezzarsi con dei magazzini centralizzati”, quante persone servirebbero per far funzionare una cosa simili?

“Ci sono e-commerce che funzionano alla perfezione con un paio di persone, e poi c’è Amazon che di dipendenti, solo in Italia, ne ha quasi 7.000. Il numero di persone necessarie per gestire il lavoro di un e-commerce dipende dal volume di ordini e richieste generato. Per una stima sere un corretto business plan, previsioni che dovranno essere sostenute e confermate nella realtà, sempre ammesso che esista un mercato sufficientemente interessato ad acquistare questi prodotti online. Ad ogni modo, tralasciando gli aspetti legati alla sicurezza alimentare, quando parliamo di logistica dell’e-commerce si deve tenere conto di tutti gli aspetti collegati, non solo del mezzo di trasporto”.

 

Un esempio?

“La gestione dei resi. In Italia il tasso di restituzione è del 13%, il che significa che ogni 100 ordini, 13 vengono rifiutati, per ragioni diverse, dal consumatore e rimandati al mittente. Questi prodotti devono poi essere verificati nella loro integrità e, se parliamo di cibo, la sicurezza deve essere al primo posto. Costi apparentemente nascosti, ma che, se non considerati fin dall’inizio, rischiano di bruciare più soldi di quanti ne vengano effettivamente generati”.

 

Ma che traffico di utenti e quanti esercenti servirebbero per tenerla in piedi?

“È impossibile dare una risposta a questa domanda senza un piano di business concreto. Basti pensare che un sito e-commerce in media ha un tasso di conversione dell’1,5%, il che significa che ogni 100 persone che vi entrano, solo 1,5 acquistano effettivamente qualcosa. Questo però è un parametro medio ogni e-commerce è un discorso a sé, ma ciò di cui sono sicuro è che senza un supporto specialistico di esperti del marketing che siano in grado di creare una strategia adeguata, questi valori sono in genere molto più bassi”.

 

E quanto tempo servirebbe per realizzare la piattaforma e renderla operativa?

“Fare e-commerce non significa mettere in piedi un sito “ed il gioco è fatto”. Parliamo di un’azienda a tutti gli effetti con le sue regole, struttura e organizzazione, processi, burocrazia, ma soprattutto una costante manutenzione. I veri costi dell’e-commerce sono quelli nascosti, quelli di manutenzione, aggiornamento, adeguamento, costante miglioramento. Tanto che il costo di creazione di un sito e-commerce diventa minimo rispetto a quello necessario per tenerlo in funzione, aggiornato e migliorato continuamente”.

 

A questo punto abbiamo chiesto a Soragni di delineare scenario qualora la piattaforma venisse realizzata ed entrasse in funzione…

“Gli scenari possono essere fondamentalmente due: la piattaforma risulta sostenibile e quindi i numeri ci sono, il progetto sta in piedi e tutti hanno un vantaggio di tipo economico e sociale. L’alternativa è che sia insostenibile, un progetto che oltre a non dare valore a nessuno, crea sperpero di risorse che potrebbero essere investite in modo migliore. Non ci sono strade intermedie. Come per qualsiasi attività commerciale, o vi è un profitto o non c’è motivo per cui debba rimanere aperta. Credo che il punto fondamentale sia il lavoro preliminare che verrà fatto a supporto dell’avvio di un progetto tanto ambizioso quanto oneroso a livello di forze chiamate a parteciparvi. Sarà quindi indispensabile costruire un team con competenze disparate ma complementari che possa valutare potenzialità e rischi, tanto a livello tecnico-strategico, quanto a livello di impatto economico”.

 

Il momento resta comunque molto difficile per le imprese trentine quali conigli si possono dare per chi è in difficoltà?

“Puntare alla valorizzazione del prodotto artigianale, tipico, creare un sistema che dia valore reale a tutti, e che faccia conoscere al mondo ciò che i trentini sono da sempre capaci di offrire: qualità ed unicità dei prodotti. Creare le condizioni per cui le aziende possano dare il meglio di sé, facendo “gruppo”, cercando di evitare di ragionare sempre e solo guardando al “proprio orticello”. Il vero consiglio è aiutare le aziende ad avere una mentalità digitale e investire in formazione, consulenza specialistica e di supporto per una corretta pianificazione aziendale. Puntare al breve periodo è necessario ma non sostenibile nel lungo periodo, perché i mercati cambiano velocemente ed oggi ancora più di prima. L’imprenditore illuminato e lungimirante pensa in grande ma agisce in modo equilibrato: aggiornarsi, diventare consapevoli di un mondo che cambia velocemente e stare al passo. L’online è una risorsa, non una minaccia, ma solo se la si sa utilizzare nelle misure e nei contesti adeguati”.

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