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Referendum sul taglio dei parlamentari, Fraccaro: “Riforma attesa da oltre 30 anni”. Secco “No” di Anpi, Verdi e Libertà e Giustizia

Il prossimo 29 marzo si voterà (senza quorum) per tagliare il numero dei parlamentari che passeranno da 945 a 600. Iniziano a delinearsi gli schieramenti politici, contrari alla riforma: Verdi, Anpi e Libertà e Giustizia. Movimento 5 Stelle: “Saremo nelle piazze a sostenere il sì al referendum”

Di Tiziano Grottolo - 17 febbraio 2020 - 18:46

TRENTO. Il referendum costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari è ormai alle porte anche se, a differenza di quello del 2016 che ebbe una forte valenza politica, quello che porterà gli italiani alle urne il prossimo 29 marzo pare non suscitare grande interesse.

 

In sostanza con la consultazione popolare si chiederà di confermare o meno la riforma che taglia i componenti dei due rami del parlamento: dagli attuali 945 si passerebbe a 600, con i senatori che scenderebbero da 315 a 200 mentre i deputati dagli attuali 630 a 400.

 

A differenza dei referendum abrogativi però, trattandosi di una consultazione confermativa, non è previsto il raggiungimento di nessun quorum, ciò significa che non è richiesto un numero minimo di votanti. Ergo, affinché il taglio dei parlamentari venga confermato, è sufficiente che il numero dei “Sì” superi quello dei “No”. Qualora i voti a favore della riforma dovessero superare quelli contrari il presidente della Repubblica promulgherà la legge di riferimento e alle prossime consultazioni politiche si eleggeranno soltanto 600 parlamentari, in caso contrario sarà come se la legge non fosse mai stata approvata e i parlamentari resteranno 945.

 

Tra i principali promotori della riforma c’è il Movimento 5 Stelle, “Abbiamo ascoltato per oltre trent’anni i partiti promettete invano di ridurre i parlamentari – ha detto il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Riccardo Fraccaro – il M5s è passato ai fatti riuscendo a portare il taglio fino alla votazione finale e a trovare la convergenza quasi unanime di tutte le forze politiche”.

 

Effettivamente il taglio del numero dei parlamentari ha incontrato il voto favorevole di M5s, Partito Democratico, Liberi e Uguali e Italia Viva, anche se va detto che queste forze avevano appena dato vita al governo Conte bis, ma pure Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno approvato la riforma. Subito dopo il voto parlamentare però vennero raccolte le firme necessarie per la richiesta di un referendum confermativo, fra queste ci sono quelli di 41 esponenti di Forza Italia, 7 del Pd, 3 pentastellati, 2 di Italia Viva e due leghisti, oltre a 9 esponenti del gruppo misto fra cui: Emma Bonino, Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Carlo Martelli, Saverio De Bonis, Adriano Cario, Maurizio Buccarella, Ricardo Merlo (Italiani all’estero) e Carlo Rubbia (senatore a vita).

 

“Ora sul taglio dei parlamentari manca solo il voto dei cittadini, per noi la consultazione popolare è sacrosanta ma è paradossale che venga proposta da chi ha votato questa riforma – scriveva Fraccaro sul Blog delle Stelle – vorrà dire che saremo nelle piazze a sostenere il sì al referendum”.

 

Se la posizione del M5s è chiara altrettanto non si può dire per gli altri schieramenti politici, anche quelli che hanno votato a favore della riforma, infatti non è scontato che Pd, Leu, Lega, Fi e Fdi, seppur per motivi opposti, sostengano la riforma anche al referendum. Se la posizione di Pd e Leu pare più complessa, trovandosi al governo assieme ai pentastellati, le forze di opposizione potrebbero tentare di colpire il governo Giallo-Rosso attraverso il voto referendario, come accadde con Renzi nel 2016.

 

Nel frattempo alcune forze hanno iniziato a prendere posizione, fra i primi a lanciare i comitati per il No c’era stato l’avvocato Fabio Valcanover (QUI articolo), recentemente anche i Verdi si sono schierati contro la riforma, spiegando: “Si tratta di una vera e propria controriforma che, con il pretesto irrisorio della riduzione della spesa pubblica dello 0,007%, in realtà comprometterà la democrazia, il pluralismo e la rappresentanza politica nel Parlamento italiano”.

 

Secco “No” da parte dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani: “E’ demagogico esaltare il risparmio di costi derivante da tale riduzione, perché si tratta di una cifra sostanzialmente irrilevante rispetto alle dimensioni del bilancio dello Stato”, ma anche dell’associazione Libertà e Giustizia da sempre impegnata in difesa della costituzione: “I mutamenti devono mirare a renderla meglio preparata a rispondere alle sfide della società che cambia ma senza stravolgerne l’identità”.

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