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Case popolari dopo 10 anni in Trentino, Alotti: ''Incostituzionale e gli stranieri in Case Itea sono solo l'8,6%''

Le ragioni di inefficacia delle ipotizzate nuove regole di accesso per i cittadini residenti non italiani che la giunta Fugatti vuole introdurre. Per la Uil la soluzione dell’abitare in affitto sta nel reperimento ed assegnazione dei tanti alloggi sfitti e nella riassegnazione delle tante abitazioni o complessi residenziali da ristrutturare

Di L.A. - 19 gennaio 2019 - 21:01

TRENTO. "Dopo la proposta di militarizzazione di Trento, la stretta sull’accoglienza di profughi e immigrati, la sospensione dei corsi sull’educazione di genere nelle scuole trentine e quella della solidarietà internazionale, il presidente Fugatti ha già preannunciato cambiamenti che riguarda l'edilizia pubblica sociale", queste le parole di Walter Alotti, segretario della Uil, sull'ipotesi di spostare a 10 anni di residenza anche per l'accesso al welfare, come alle case Itea, per le quali servono 3 anni di residenza (Qui articolo). 

 

L'efficacia di requisiti di residenza più rigidi vengono messi in dubbio dal sindacato. "La corte costituzionale - spiega il segretario - ha già censurato (sentenza 106 del 24 maggio 2018 e 168 del 2014) i tentativi di alcune Regioni di inasprire, per i soli cittadini extra Unione europea, le condizioni per accedere alle case popolari".

 

Diverse Regioni italiane, l'ultima appena sei mesi fa l'Emilia-Romagna, hanno reso più difficile l'accesso a tutti i richiedenti i due requisiti necessari per concorrere ai bandi per l’assegnazione degli alloggi pubblici: la residenza anagrafica e l’assenza di altre proprietà. In nessun caso però si è andati oltre i 5 anni e così questi "paletti" non costituiscono una "forma dissimulata di discriminazione". 

 

"In realtà - aggiunge Alotti - l’obiettivo è quello di contenere la quota di alloggi assegnata attraverso ogni bando agli stranieri, cioè a cittadini europei non italiani e quelli extra Unione europea. Tutto evidentemente in funzione dello slogan elettorale  sovranista e non 'la casa popolare prima agli italiani', tradotto qui in 'Casa Itea prima ai trentini'. Slogan che avvince politicamente, ma non produce poi grandi effetti reali sull'assegnazione di abitazioni a canone sociale agli italiani".

 

Sono diverse le Regioni nelle quali è necessario avere maturato una anzianità di residenza maggiore che in Trentino, oggi 3 anni, per concorrere ai bandi per l’assegnazione degli alloggi popolari. "Ma l’efficacia dell’anzianità di residenza - evidenzia la Uil - per spostare a favore degli italiani e dei trentini il baricentro della composizione delle liste di attesa degli assegnatari, prima, e delle assegnazioni delle case popolari, poi, è destinata inevitabilmente a ridursi in poco tempo".

 

Sembrano poco efficaci gli effetti nel medio-lungo periodo: indipendentemente dal numero di mesi o anni che devono trascorrere per raggiungere il requisito, l'efficacia di un provvedimento di questo tipo si produce solo nel periodo immediatamente successivo alla sua assunzione da parte della Regione.

 

"In seguito - continua Alotti - il flusso degli immigrati che può presentare la domanda per l’alloggio popolare si avvicina sempre più alla consistenza precedente: evidente che con il trascorrere del tempo aumenta l’anzianità di residenza di una quota crescente di stranieri".

Un altro punto è quello della verifica della proprietà all'estero. I cittadini già proprietari di una casa adeguata alle esigenze della sua famiglia o di un diritto d’usufrutto, d’uso o di abitazione, non può concorrere all’assegnazione di un alloggio pubblico.

 

Nella maggioranza delle Regioni il requisito di non possedere un alloggio deve essere soddisfatto al massimo entro i confini italiani. Alcune realtà, Emilia Romagna e Toscana comprese, hanno però esteso questa verifica anche all'estero. "Nella speranza - sottolinea il segretario - che possa allentare la pressione degli stranieri sulle assegnazioni. Naturalmente, la motivazione per l’allargamento dei confini è di principio: gli stranieri devono essere assoggettati agli stessi vincoli degli italiani".

 

Ma l’efficacia della scelta dipende da due fattori. "Il primo motivo - spiega Alotti - è dato dal fatto che molti dei paesi extra comunitari da cui arrivano gli stranieri non hanno un catasto o altri sistemi di registrazione delle proprietà immobiliari: diventa impossibile verificare le dichiarazioni rese dai presentatori. Ammesso poi che si riesca ad accertare che uno straniero è proprietario di una casa nel suo Paese si pone un quesito non scontato: la sua adeguatezza deve essere valutata secondo gli standard di quel Paese oppure con quello previsto dalla normativa trentina? Il rischio è quello di non risolvere nulla".

Dati alla mano, dall’ultimo Bilancio sociale Itea 2017 risulta la presenza di 567 nuclei assegnatari stranieri extracomunitari (5,6%) e 273 nuclei comunitari non italiani (2,8%) su 9.782 famiglie di inquilini totali, mentre sono 3.492 i nuclei di adulti sopra i 65 anni (35,7%). La somma mostra come il totale degli stranieri si attesta sull’8,6% del totale e nei fatti in linea con l’incidenza degli stranieri residenti oggi in Italia (8,3%).

 

"L’allarme sulle presenze straniere nelle case pubbliche - commenta Alotti - sembra quindi fortemente esagerato con chiare motivazioni politiche. E in una provincia con migliaia di alloggi sfitti, la soluzione non può essere quella di nuove costruzioni, ma va ricercata in accordi tra Comuni, Itea, sindacati dei lavoratori e associazioni di costruttori per permettere di ampliare il patrimonio di alloggi popolari a costi non proibitivi".

 

Si dovrebbe quindi partire dagli immobili già esistenti e ampliare le agevolazioni fiscali per i contratti a canone concordato, soprattutto moderato. "In Trentino - dice la Uil - verifichiamo due incontrovertibili fatti: quella per la casa è tra le politiche più trascurate negli ultimi anni e, se si considera l'intero patrimonio, la percentuale delle case popolari assegnate alle famiglie italiane è nettamente maggioritaria. È difficile però che le due affermazioni riescano a erodere il consenso che la Lega e i suoi alleati politici riescono coagulare sulla parola d’ordine le case popolari prima ai trentini".

 

La criticità è legata al patrimonio di alloggi di proprietà pubblica. "E' sicuramente inferiore al fabbisogno. Sarebbe auspicabile - aggiunge Alotti - promuovere gli investimenti necessari per accrescere in modo consistente il numero delle case popolari con la realizzazione di nuovi alloggi, ma anche destinare risorse più consistenti al recupero di tutte quelle abitazioni che non possono essere assegnate a causa del cattivo stato di conservazione. Ma pur supponendo che ciò possa succedere, la composizione dei nuovi inquilini tra famiglie di immigrati e famiglie italiane non cambierebbe di molto se i criteri di formazione delle graduatorie rimangono quelli di oggi".

 

Resta il dato che nella case popolari oggi risiedono più famiglie italiane che immigrate, ma questo sembra interessare poco. "E si tralascia l’incongruenza metodologica di confrontare un dato di flusso con uno di stock - riconosce il segretario - che non tocca le persone in attesa dell’assegnazione: chi aspetta una casa non guarda il passato, ma quanto avviene oggi e quello che succederà domani. Sempre più immigrati 'portano via la casa' e l’argomento della prevalenza delle famiglie italiane nello stock di alloggi è destinato a perdere vigore con l’aumento della velocità di ricambio degli assegnatari, che sarà più elevata in Trentino poiché più alta la percentuale degli attuali inquilini molto avanti con l’età o dove si è deciso di accelerare il turn over, per esempio abbassando i livelli dei parametri da cui dipende la permanenza nell’alloggio".

 

Servirebbe un'operazione di chiarificazione politica: "Affermare esplicitamente che la possibilità per gli immigrati di concorrere all’assegnazione degli alloggi pubblici è una componente delle politiche di welfare che hanno anche finalità di integrazione di coloro che vivono legalmente nel nostro Paese, come nel caso della copertura delle altre prestazioni dello stato sociale. Certo, il consenso potrebbe essere scarso, se non nullo, ma andrebbe alla radice del problema e rappresenterebbe una sfida per quelle forze conservatrici che non dicono contrarie all'integrazione degli immigrati regolari".

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