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Insulti, minacce, coltelli e pentole piene d'olio bollente. Quando l'amore si trasforma in un incubo: storia di cinque ragazze, un giovane e un bambino

Il fil rouge di questa vicenda è un giovane che alle sue diverse fidanzate, nel tempo, riserva lo stesso trattamento fatto di botte, insulti pesantissimi e disagi che, in molti casi, si sono trasformati in denunce e ammonimenti. Dopo che sono arrivati gli arresti domiciliari ora per il ragazzo ci sarà il processo e anche sul suo futuro genitoriale la parola passa alla magistratura 

Di Luca Pianesi - 18 agosto 2019 - 06:01

TRENTO. ''Tr..a del c...o'', ''tr...a di m...a'', ''ti rovino'', ''se vuoi ti mando i numeri delle altre che mi trombo'', ''schifosa del c...o'' e via di seguito: queste alcune delle frasi usate per rapportarsi con le sue ragazze e messe anche per iscritto in messaggi via smartphone e ripetute in presenza di altre persone e testimoni. A qualcuna poi ha riservato anche il trattamento fisico con schiaffoni e botte e poi ci sono state anche le minacce (''pezzente schifosa, ti ammazzo putt..a'') con tanto di coltelli alla mano o pentole piene di olio bollente. E' una storia difficile quella che vi stiamo per raccontare. Una storia che ne contiene tante, come spesso accade in questi casi, ambientata in Trentino ma che potrebbe essersi verificata ovunque nel nostro Paese.

 

Una storia che coinvolge anche un minore e che, per questo, per tutelarlo in ogni modo, cercheremo di mantenere il più generica possibile. L'obiettivo è duplice: che le persone coinvolte possano trovare aiuto e conforto da una ricostruzione che tenta di unire le diverse vicende (vedremo che sono situazioni simili che si rincorrono spalmate nell'arco di circa cinque anni) dall'altro che proprio a questo minore si possa garantire un futuro felice e il più sicuro possibile lontano da dinamiche di violenza e distruttive tensioni.

 

Il protagonista della vicenda è un giovane con diversi problemi non solo di alcool, che cinque anni fa si ritrova a diventare padre assieme a una ragazza che poco tempo dopo il parto decide di lasciare la casa dove vivevano. Insulti, minacce e la sensazione che, da un momento all'altro, sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto a lei e al nuovo nato la spingono ad allontanarsi. Il ragazzo da un lato l'accusa delle peggio cose (riempendola di insulti e minacce) dall'altro supera il momento trovando un'altra ragazza la quale, tempo un anno finisce in ospedale dopo una violenta lite scoppiata con lui.

 

Lei, successivamente lo denuncerà e sulle carte di citazione a giudizio si specifica che lui la avrebbe minacciata con un coltello, le avrebbe ripetuto ''ti ammazzo putt..a'' per poi picchiarla con una scopa causandole ferite al volto e al corpo e lanciandole addosso anche diversi oggetti. Nel referto medico oltre alla diagnosi si legge chiaramente che ''le ricordiamo la possibilità di sporgere denuncia nei confronti del suo aggressore, rivolgendosi agli organi di polizia presentando copia di questo documento'' e poi è riportata la lista delle strutture di assistenza e dei centri antiviolenza. Lei, in realtà una casa ce l'avrebbe ma è occupata dal giovane che per giorni pare non essere intenzionato a lasciarla. Serve l'intervento dei carabinieri e dei vigili del fuoco.

 

L'appartamento viene trovato in condizioni disastrate con buchi causati, probabilmente, da pugni e calci nei muri di cartongesso, liquidi gettati a terra, disegni sulle pareti, materassi, sedie e mensole asportate. Intanto le minacce non si placano, così come le ingiurie, gli atti persecutori (arriva anche uno spintone davanti ai carabinieri) e dopo un primo ammonimento ad opera del questore scatta la denuncia e il processo con patteggiamento: la condanna è a 4 mesi di reclusione e sospensione condizionale della pena. Intanto l'ex ragazza tenta di andarsene con il figlio. Vorrebbe rifarsi una vita all'estero, lontana da certe situazioni ma lui glielo impedisce e si rifiuta di firmare i documenti per l'espatrio per il bambino.

 

Lei allora, tramite avvocati, chiede al giovane padre di sostenerla almeno economicamente e la situazione peggiora. I messaggi che le arrivano sono sempre più pesanti ''se vuoi vivere in pace cambia il cognome e sparisci....il bimbo andrà in altre mani... non ho detto che lo prendo io ma solo che andrà in mani migliori.. brutta me..a, tr..a schifosa per nessuna ragione si procede per avvocati..''. Addirittura lui chiede un test del Dna per il bambino che, ovviamente, ha esito positivo, ma la situazione non cambia (nonostante sia anche arrivato un provvedimento del tribunale ordinario che stabilisce per il padre l'obbligo di sostegno di 250 euro mensili e alcuni extra) o meglio peggiora ulteriormente: lui fa un esposto contro di lei dicendo che è matta, che lo  pedina, lo ossessiona, che il bambino è in pericolo nelle sue mani e che le va tolto.

 

Lei replica subito con un controesposto che si trasforma in denuncia. Seguono insulti e messaggi pesantissimi ''pezzente schifosa... tr..a di merda... chissà quanti ne prendi... farai la fine che ti meriti'' e, di conseguenza, altre denunce, tutte archiviate. In mezzo il bimbo che per il tribunale ordinario il ragazzo può vedere due volte alla settimana solo in presenza del padre di uno dei due genitori. Ma anche in questo caso le cose vanno male: lui si presenta alcune volte promettendo di farsi accompagnare dal padre ma arriva solo. Poi più nulla. Smette di farsi sentire facendosi vivo solo in occasione della festa del papà.

 

Intanto trova un'altra ragazza che dopo pochi mesi assistendo a una sua sceneggiata contro i suoi cani, con tanto di calci agli animali e urla violente contro di lei che cercava di calmarlo, decide che quel ragazzo non faceva per lei e, nonostante un grosso prestito fattogli per aiutarlo, cerca di allontanarsi il prima possibile. Anche per lei comincia una fase di insulti e minacce via messaggi. Il tono è sempre lo stesso e i ''tr..a, putt..a'' si sprecano come anche le intimidazioni: ''Con chi sei? Farai la fine che ti meriti''. Lei esasperata va dai carabinieri che la mettono in contatto con il centro antiviolenza che consiglia la ragazza su come agire: si parte bloccandolo un po' ovunque dal telefono ai social. 

 

Le cose si trascinano per un po' di tempo finché lui non si mette con un'altra giovane e cambia obiettivo. Con la nuova ragazza la relazione dura pochi mesi perché la situazione degenera ben presto: volano i calci, i pugni, gli insulti in pubblico e poi le scuse ''è l'alcol che mi fa fare così''. Ma non c'è ravvedimento, anzi: arriva anche a minacciarla con una pentola piena di olio bollente gridandole ''brutta tr..a dì ancora qualche cazzata che ti rovino''. Scatta la denuncia e lei riesce ad allontanarsi perché, come da copione, lui intanto si mette con un'altra ragazza che, in breve, precipita nello stesso vortice di violenza e umiliazioni. 

 

Una sera sono i vicini di casa della coppia a dover chiamare l'ambulanza: si ritrovano la ragazza che chiede loro aiuto dopo essere stata riempita di botte e dopo che lui le ha anche rotto il telefonino quando lei gli ha detto di smetterla e che avrebbe chiamato i carabinieri. Parte l'ennesima denuncia e nel frattempo quella della ragazza precedente (che aveva già ottenuto un ammonimento per il giovane) raggiunge il tribunale che procede con decreto di giudizio immediato. Per lui, intanto, ci sono gli arresti domiciliari che poi si commutano in libertà vigilata, e tra le prove addotte dall'accusa ci sono anche le testimonianze e i messaggi ricevuti dalle altre ragazze che hanno avuto a che fare con il ragazzo.

 

Insomma il quadro comincia sempre più a delinearsi e quelli che potevano sembrare degli episodi isolati, dei singoli litigi sfociati in violenze e minacce, assumono tutt'altra connotazione. I fatti si tengono, gli uni con gli altri, e il fil rouge è quello della violenza e delle minacce. Il cerchio lo chiude lo stesso giovane, convinto che esista una sorta di complotto nei suoi confronti e, convinto che dietro il coraggio trovato dall'ultima ragazza di denunciarlo si celi la prima fidanzata, torna a scrivere alla madre del quel bambino per il quale ha sempre mostrato scarsissimo interesse, intimorendola con i soliti sistemi.

 

Lei impaurita preferisce andare a stare per qualche giorno dai genitori, per paura di trovarselo sotto casa, e fa partire una nuova denuncia. Un incubo che continua, insomma, ma potrebbe terminare con la sospensione della potestà genitoriale per il giovane che, in questo modo, permetterebbe al bimbo e alla mamma di vivere la loro vita in maniera molto più serena. Sulla vicenda ora spetterà alla magistratura esprimersi, sia sulle questioni che riguardano le varie denunce che sul futuro genitoriale di questo ragazzo. La certezza è che questa storia insegna, a chi si sente vittima, a non chiudersi in sé stessa a non accettare la condizioni nelle quale si viene gettati, ma a fare quadrato con chi ci è più vicino e ad appoggiarsi alle strutture statali e provinciali che esistono e stanno lì per questo.

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