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Nella vittoria a Sanremo di Mahmood c'è anche un po' di Trentino: Stefano Ceri già impegnato anche per Coez

Il produttore di Trento ha prodotto singoli, Ep e album di artisti del calibro di Frah Quintale, Salmo e Franco126. La scorsa estate ha arrangiato e prodotto tre brani di Mahmood. L'intervista di Anansi a Stefano Ceri

Pubblicato il - 13 febbraio 2019 - 18:51

TRENTO. C'è anche un po' di Trentino nella vittoria di Mahmood a Sanremo. La parte musicale di "Gioventù bruciata", brano che ha aperto le porte di Sanremo a Mahmood, porta anche la firma di Stefano Ceri, musicista e producer classe 1990, di Trento e trapiantato a Milano. "Conosco Stefano - dice Anansi - dai tempi delle superiori. Ogni tanto mi è capitato di cantare sui suoi beat nella sua stanzetta, dentro un mic booth improvvisato, tra una porta e un materasso. Sapevo che sarebbe diventato importante, gli dicevo che sarebbe diventato il Timbaland de noantri".

 

Da lì sono usciti tanti progetti e produzioni note a musicisti e addetti ai lavori trentini, tra cui MindFu e Rap’n’Bass. "Mi trovavo lì - aggiunge Anansi - anche quando, un giorno dicembre del 2010, tra una rima e un riff di chitarra arriva la notizia della mia partecipazione a Sanremo Giovani".

 

Ad oggi Ceri ha prodotto singoli, Ep e album di artisti del calibro di Coez, Frah Quintale, Salmo e Franco126. La scorsa estate ha arrangiato e prodotto tre brani di Mahmood, vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo, tra cui “Gioventù bruciata”, pezzo che ha aperto le porte di Sanremo all’artista milanese e title-track del suo ultimo Ep.

 

Da musicista a musicista, l'intervista di Anansi a Stefano Ceri

 

Ciao Ceri, fa un po’ strano intervistarti, ma eccoci qui. Innanzitutto, congratulazioni. Possiamo dire che la vittoria di Mahmood a Sanremo è un po’ anche tua. Quando vi siete conosciuti? Come avete cominciato a lavorare insieme? Com’è nata la canzone “Gioventù bruciata”?

Senza parlare di meriti mi sento di dire che sono contento e orgoglioso di aver collaborato con un ragazzo così valido, che ha raggiunto questo importante traguardo. Ci siamo conosciuti nel febbraio 2018 quando, tramite la sua etichetta Universal, mi aveva chiesto di incontrarlo in studio per fare musica insieme.

 

Avevo già sentito alcune sue canzoni e mi piacevano, quindi ho accettato volentieri. Abbiamo scritto “Gioventù bruciata”, il pezzo è subito piaciuto a tutti i nostri collaboratori, quindi a distanza di tempo ci siamo ritrovati altre due volte e abbiamo composto altri due brani che saranno contenuti nel suo disco.

 

Com’è Mahmood personalmente e professionalmente?

Oltre al talento musicale e canoro innegabile, le sue qualità che più mi hanno colpito sono state l’umiltà e la professionalità: mai sopra le righe, sempre educato ed equilibrato. Dal punto di vista compositivo è molto bravo sia nella scrittura dei testi che delle melodie.

 

Per gli addetti ai lavori, il ruolo di un “produttore” è chiaro. Ti va di spiegare in cosa consiste il tuo lavoro ai profani? In che modo hai dato il tuo contributo al brano di Mahmood?

Detto in maniera brutale, il produttore è colui che crea la musica che accompagna la voce del cantante. Le metodologie di lavoro per arrivare a chiudere un brano sono sempre diverse. Delle volte si parte da un’idea che ho abbozzato in precedenza, altre da un testo o da una melodia preesistente, ma talvolta capita di partire proprio da zero.

 

Ogni canzone nasce e cresce in maniera diversa. Con Mahmood ad esempio per due canzoni (“Gioventù bruciata” e l’altro inedito che sarà nel disco) siamo partiti da un testo che aveva già scritto, ma senza una precisa idea musicale. Ho steso un giro di accordi, una batteria, e da lì siamo partiti per costruire il mondo sonoro dove poi abbiamo appoggiato testo e melodia adattandoli alla musica. “Mai figlio unico” è invece nata da un beat che avevo già fatto e Alessandro ha scritto il testo.

 

È comunque un lavoro che richiede molta empatia: entrare in sintonia con le persone con cui si sta facendo musica è la cosa più importante.

 

Da anni ormai conosci il panorama musicale nazionale. Credi che la vittoria di Mahmood rispecchi le tendenze musicali italiane?

La musica è una materia così fluida e varia che mi trovo sempre in difficoltà nel classificarla in tendenze o generi. Questa vittoria, così inaspettata, è sicuramente un bel segnale. Secondo me “Soldi” era il brano più attuale e internazionale di tutta la competizione e sono contento che rappresenti l’Italia a Eurovision.

 

Spesso il Festival è accusato di essere una bolla fuori dallo spazio e dal tempo che ignora completamente la scena musicale attuale. Quest’anno invece è stato bello vedere che molti dei cantanti in gara fossero effettivamente attivi nel mondo reale.

 

Da Trento ti sei spostato prima a Milano, quindi a Padova. Se tornato poi nuovamente a Milano, che nell’ultimo decennio ha consolidato il suo ruolo di capitale della moda, della musica e dell’entertainment a discapito di Roma e di altre città italiane. Cosa ti ha spinto a lasciare Trento? Com’è stato il primo impatto con la grande città? C’è molta competizione in ambito musicale?

Sono andato via da Trento nel 2009 per studiare Informatica musicale alla Statale di Milano. Il primo impatto con Milano è stata una vera mazzata. Per un giovane trentino abituato all’aria pura, il verde, le montagne e la pulizia di casa arrivare in quella grande città ai miei occhi caotica, sporca, aggressiva e spersonalizzante è stato un vero shock.

 

Quel periodo però è stato molto importante perché ho capito che per crescere le difficoltà vanno affrontate e superate. Ho imparato l’importanza di non aver paura dei cambiamenti, dell’ignoto e del diverso e ho anche realizzato quanto fosse bello il posto da cui provenivo. Ci ho fatto pace e l’ho riscoperto. Adesso sono cresciuto e mi piace vivere qua, la città rispetto a 10 anni fa secondo me è migliorata tantissimo: tutto funziona alla grande, ci sono sempre tante cose da fare e mi sono creato il mio giro di amicizie.

 

La maggior parte delle persone che lavorano nella musica vivono qua. Sicuramente stare a Milano significa avere molte più chance di trovare nuove collaborazioni e crescere professionalmente. A differenza di quanto si possa credere, trovo che l’ambiente musicale sia sano e genuino. Basta saper scegliere con chi lavorare. Per me vivere a Milano è stato importante soprattutto perché è dove, con i miei compagni di etichetta (Undamento), abbiamo aperto lo studio dove ci troviamo tutti i giorni per lavorare.

 

Vivi lontano da Trento da un bel po’. Com’è la scena musicale trentina osservata dal tuo punto di vista? Quali sono i suoi pregi? Quali i suoi limiti?

Col fatto che l’ultimo anno l’ho passato in giro per l’Italia a suonare, ho purtroppo perso contatto con Trento e la sua scena musicale. Ti posso però parlare delle mie esperienze personali passate di quando suonavo in Trentino e delle idee che mi ero fatto all’epoca.

 

Se da una parte le autorità hanno spesso messo i bastoni tra le ruote alla musica dal vivo limitandone gli orari, le colpe non sono solo della politica. È capitato che i gestori dei locali con cui ho avuto a che fare fossero persone che non sapevano fare il proprio lavoro e avevano aperto il locale solo con la speranza di guadagnare in fretta senza investire nelle strutture e nelle proposte artistiche. Avere in gestione un luogo dove si fa musica non significa solo vendere cocktail o biglietti, è anche fare cultura, educare il pubblico.

 

Alla fine a rimetterci sono sia i ragazzi, che hanno pochissime cose da fare la sera e quelle poche volte che c’è qualcosa si lasciano andare del tutto, sia i locali che cercano di lavorare bene e che, di conseguenza, si ritrovano con una clientela diseducata, che non vuole spendere perché abituata a serate con standard bassi incapace di apprezzare qualcosa di diverso e valido, sia i musicisti che si devono adattare ad un mercato arido che offre poche soddisfazioni.

 

Sono però convinto che il Trentino sia un luogo magico, con una poesia unica che non può non ispirare menti creative. Penso sia un terreno potenzialmente fertile dove possono nascere personalità geniali. Non a caso Davide Panizza (aka PopX), che ritengo uno dei più grandi artisti in Italia (se non il più grande), è un trentino doc.

 

Ti va di raccontarci dei tuoi ultimi lavori con Undamento (l’etichetta con cui Ceri collabora maggiormente, ndA) e non solo?

Undamento è tecnicamente un’etichetta ma nei fatti è una grande famiglia. Cinque anni fa abbiamo preso uno spazio a Milano dove abbiamo adibito studio di registrazione, zona riunioni, scrivanie, bagno e cucina dove ogni giorno ci troviamo a lavorare.

 

Siamo una decina di ragazzi e ragazze tutti sotto i 35 anni: c’è chi si occupa delle strategie di uscita, chi del merchandising, chi fa l’ufficio stampa, chi cura i social media e chi fa la musica. È bello spartire uno spazio con persone a cui vuoi bene, con cui puoi condividere idee, dubbi e spunti (ma anche sparare anche una valanga di cazzate).

 

È qui che ho fatto i dischi di Frah Quintale “2004”, “Regardez Moi” e “Lungolinea”, l’album di Coez “Niente che non va” (anche se di questo una buona parte l’avevamo iniziata a Trento e tu ne sai qualcosa), i brani di Mahmood, e l’EP “Mini Girls” di Tatum Rush.

 

L’ultimo disco che ho prodotto qui è stato “Stanza singola” di Franco126, uscito il 25 gennaio a cui tengo molto. Non tutti questi dischi sono stati pubblicati dalla mia etichetta, collaboriamo spesso con realtà esterne, ma sono sicuro che questo ambiente sia sempre stato importante per far sì che si creasse la giusta sintonia con chi arrivava da fuori. Tu ne sei testimone visto che sei venuto più volte; sai anche benissimo che se ti rimettessi a scrivere canzoni saresti più che ben voluto.

 

L’anno scorso hai seguito Frah Quintale in un tour che ha registrato moltissimi sold-out. Anche quest’anno tornerai ad esibirti live? Tra un concerto e l’altro riuscirai a trovare del tempo per uno Struscioparty (format dj-set creato da Ceri e dal sottoscritto, nda)?

Tra marzo e aprile seguirò Franco126 in veste di tastierista nel suo primo tour da solista. Poi credo che mi concederò una pausa dai concerti visto che è da novembre 2017 che suono praticamente ogni week-end. Spero proprio di poter riuscire a fare un altro Struscioparty, sempre che i proprietari dei locali trentini ci vogliano ancora o si degnino di darci un giusto compenso e che le autorità locali ci permettano di suonare anche un po’ dopo la mezzanotte.

 

Prossimi progetti, produzioni o uscite di cui hai voglia di parlare?

Oltre all’imminente album di Mahmood, a breve uscirà anche il disco di Dola, cantante/rapper che verrà distribuito dalla mia etichetta Undamento dove ho prodotto una traccia. È un progetto molto particolare e di conseguenza molto interessante.

 

Sempre da Undamento ci tengo a dire che qualche mese fa è uscito l’album “Ce lo chiede l’Europa” dei padovani Dutch Nazari (il cantante) e Sick et Simpliciter (il produttore), entrambi nostri amici conosciuti quando erano studenti di Legge a Trento.

Per il resto con Frah Quintale ci siamo rimessi in studio per scrivere nuove canzoni e sto lavorando al mio progetto solista.

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