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Quando il cratere della bomba risucchiò un intero Paese. Deaglio: "Piazza Fontana cambiò per sempre il corso della Repubblica"

Nella puntata 2 dell'approfondimento su Piazza Fontana il giornalista Enrico Deaglio ci guida nelle profondità della "madre delle stragi". La bomba segna la vita del Paese per i decenni a venire, in un intrigo di inganni, depistaggi, trame più o meno occulte che incideranno drammaticamente su tutta la seguente storia repubblicana

Di Davide Leveghi - 12 dicembre 2019 - 13:13

Un punto di non ritorno: 50 anni da Piazza Fontana

Approfondimenti su un evento spartiacque della storia nazionale. La strage, le trame segrete, gli insabbiamenti e i ricordi di un fatto che marchiò a fuoco la democrazia italiana.

Puntata 2: Enrico Deaglio ripercorre la vicenda della strage di Piazza Fontana presentandola come uno spaccato del Paese. A Milano, quel 12 dicembre 1969, i diritti vennero attaccati da un'oscura alleanza tra settori deviati dello Stato e un'eversione di destra radicata nelle istituzioni. L'Italia non sarebbe più rimasta la stessa; cominciava, a giudizio del celebre giornalista, un degrado del clima politico e sociale che avrebbe segnato intere generazioni

 

TRENTO. “Piazza Fontana rappresenta l'evento che più di tutti ha cambiato il corso dell'Italia moderna”. E' un giudizio netto, quello di Enrico Deaglio, autore di La bomba: Cinquant'anni di piazza Fontana (Feltrinelli, 2019). La strage alla Banca nazionale dell'agricoltura di Milano, in cui persero la vita 17 persone, avrebbe cambiato la traiettoria storica del Paese, inaugurando una stagione lugubre di violenza ed eversione, da cui le istituzioni democratiche sarebbero uscite piuttosto malconce.

 

“In un'epoca di grandi trasformazioni sociali – esordisce il celebre giornalista, autore del saggio – la strage ha l'obiettivo principale di limitarle, se non di abolirle. È un vero e proprio 'colpo di Stato', un campanello d'allarme suonato per tutti, che condizionerà il Paese per i 20 anni successivi. La portata di questo scoppio fu enorme: l'attentato, compiuto da Ordine Nuovo, svelò l'amalgama di questa vera e propria branca del Ministero degli Interni con le istituzioni. Il bisogno di proteggere gli attentatori, il depistaggio con la fabbricazione della pista anarchica, la catena di ricatti, vendette e altre bombe, si sarebbero riverberati per tantissimo tempo. Iniziava così una china, un degrado”.

 

“I ricatti incrociati – prosegue – l'avvelenamento del clima, il pericolo in cui si sentivano di vivere tutti, segnano delle generazioni. L'Italia di Piazza Fontana vede agire protagonisti in continuità con il fascismo, che dimostrano la mancanza di uno strappo netto e che guardano con nostalgia al regime. Questo atteggiamento si ritrova in una parte rilevante del potere italiano: nel funzionariato, nella polizia, nell'esercito, nei vertici della magistratura e sicuramente trova orecchie sensibili nella Democrazia cristiana. Lo stesso Ordine nuovo è un'organizzazione molto forte e nutrita, d'ispirazione nazifascista e non per questo priva di legami diffusi nelle istituzioni e nella società”.

 

L'eco della bomba si riverbera sulla società italiana, già esasperata dagli scoppi e dalla violenza di piazza degli anni precedenti, trascinando sotto i riflettori figure che nulla centrano con l'organizzazione e lo svolgimento dell'attentato ma che offrono il capro espiatorio perfetto da gettare in pasto alla disorientata opinione pubblica. Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli incarnano quella pista anarchica e rossa utile a marginalizzare le forze politiche di sinistra. Tra Milano e Roma, in quel 12 dicembre 1969, esplodono altre 5 bombe, tutte contro obiettivi che fanno presumere alla responsabilità di un'area dell'estremismo di sinistra, tutte con lo stesso tipo d'esplosivo e preparazione - piazzate, invece, a Roma da Avanguardia nazionale, a Milano da Ordine nuovo.

 

Nel giorno delle esequie, quando tra i giornali e le questure non rimbalzano ancora i nomi della “pista anarchica” - già pronta e “impacchettata” per la stampa – i lavoratori che affollano silenziosamente e dignitosamente piazza del Duomo manifestano composti un fermo antifascismo e una difesa strenua delle lotte sindacali. “I diritti dei lavoratori non si toccano” ripetono gli operai intervistati da giornali e televisioni. Il presidente del Consiglio Mariano Rumor, delegato dal presidente della Repubblica Saragat a partecipare al funerale, di contro al disegno della destra eversiva, di fronte al dolore della piazza non si sentì di proclamare lo stato d'emergenza.

 

“Facendo i conti a distanza di 50 anni – continua Deaglio – se l'Italia è rimasta democratica ciò fu dovuto alla città di Milano e alla sua popolazione, composta, dignitosa. Con Piazza Fontana nasce il giornalismo democratico. Ogni aspetto positivo per la democrazia viene in quell'occasione dal basso, in contrasto con il comportamento deprimente della magistratura, che coprì, intimidì, fu debole, connivente e pigra. Cosa che, a mio giudizio, continua fino ad oggi”.

 

Lo stesso presidente della Repubblica che, per paura di contestazioni, non si presenta ai funerali, riflette la drammaticità della situazione. “Saragat è stata figura tragica. Ha già preso posizione sulla pista anarchica, non si presenta senza alcuna giustificazione, in un caso più unico che raro. In cima alle strutture di potere c'è disorientamento. Parte della Dc aveva capito cosa stesse succedendo ma non aveva la forza per resistere. I responsabili si conoscevano così sin dall'inizio”.

 

Le forze politiche più sottoposte a pressione reagiscono diversamente. “Più con lumi democratici il Psi, intimidito e spaventato il Pci, che non elabora – racconta Deaglio – non ci fu dibattito parlamentare, non ci fu un messaggio di ricambio nelle forze dell'ordine. Piazza Fontana crea quei primi legami di un universo cospirativo che coinvolgeva Gladio, alcune divisioni dei carabinieri, le mafie, l'estrema destra”.

 

Il seguito, negli anni, riflette non a caso il ruolo di prim'ordine svolto da questi attori, il tutto con la copertura o l'appoggio di parte dello Stato. Piazza Fontana è un buco nero che trascinerà verso il baratro un Paese intero, oltre a molte vicende individuali. Quando dalla finestra “cadrà” l'anarchico Pinelli – i medici inventeranno l'avvilente scusa del “malore attivo” - attorno alla questura di Milano si addenseranno nuvole oscure, cariche di funesti presagi.

 

Deaglio, a riguardo, trova la carica del racconto nella sua esperienza diretta. “Fu una storia che seguì non solo professionalmente ma anche personalmente, come buona parte della mia generazione – chiosa – come membro di Lotta continua vissi la vicenda dell'omicidio Calabresi come l'ennesimo esempio di costruzione di un colpevole. Si piglia una persona che sa qualcosa, la si costruisce secondo i propri piani ed ecco la confessione di Leonardo Marino nel 1988. Lo scopo era colpire i vertici di Lotta continua, scagionare la questura nonostante il livello di complicità fosse tale da presentarsi come favoreggiamento e concorso in strage. Non a caso nel libro si crea un parallelo con l'omicidio Borsellino, dove molte sono le analogie. Ma il bubbone non è mai esploso, e alla fine chi più di tutti rimase in carcere in questa vicenda fu Adriano Sofri”.

 

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