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Ansia, depressione e attacchi di panico possono peggiorare con l'isolamento. Lo psichiatra: "Ma sarà un problema anche tornare alla vita reale"

L'isolamento sociale e la reclusione possono portare a forti stati d'ansia che, se persistenti, richiedono un intervento farmacologico. Il vero problema, però, sarà tornare alla vita reale. Spiega Ermanno Arreghini, medico psichiatra e psicoterapeuta: "Si fa fatica a riadattarsi alle cose a cui non siamo più abituati. Ci saranno molti disturbi d'adattamento"

Foto di whoismargot
Di Arianna Viesi - 29 marzo 2020 - 20:32

TRENTO. "Tutti gli studi professionali lavorano all'osso, vediamo le persone che hanno più urgenza, seguendo le direttive del caso, ci avvaliamo anche degli strumenti telematici per seguire i nostri pazienti, ma non è facile", parla così il dottor Ermanno Arreghini, medico psichiatra e psicoterapeuta.

 

Perché, è bene ricordarlo, anche durante l'emergenza sanitaria la gente sta male. Anzi, come ci spiega il dottor Arreghini, la reclusione e l'isolamento sociale possono acuire fragilità pregresse: stati d'ansia e depressione, su tutte. "In questi giorni - spiega -  ho riscontrato un aumento dei disturbi d'ansia nei pazienti che avevo già in cura. In generale, chi soffre d'ansia in questi giorni è molto più sofferente".

 

L'ansia è un parametro fisiologico, uno stato d'animo con il quale tutti, chi più chi meno, abbiamo imparato a fare i conti in queste settimane. Le notizie che, quotidianamente, riceviamo, l'apprensione per i nostri cari, l'isolamento, l'incertezza economica verso cui ci dirigiamo sono motivo di angoscia ed inquietudine. E' del tutto normale, dunque, sentirsi in apprensione. L'ansia diventa, però, clinica quando esce dai parametri fisiologici e va ad alterare, in maniera significativa, la nostra qualità di vita.

 

"L'ansia - dice Arreghini - diventa patologica se inizia ad alterare i ritmi circadiani. Si tratta, invero, di un disturbo piuttosto comune. Secondo gli ultimi rapporti degli organi competenti, interessa circa 3 milioni di italiani in età adulta, il 5% della popolazione. Una quota importante, insomma". Ora a questi 3 milioni di italiani andranno a sommarsene, probabilmente, altri. E tutti si troveranno ad affrontare ulteriori difficoltà. "Questi disturbi - commenta lo psichiatra - rischiano di aumentare ed aggravarsi a causa di questo confinamento. Solitamente alla base dell'ansia stanno situazioni costrittive, sia in senso psicologico che materiale. Possono essere, ad esempio, convivenze forzate, difficoltà economiche, questioni lavorative. Il confinamento nello stretto spazio della propria casa acuisce questa angoscia".

 

"Ci sono persone - continua - che mi hanno contattato dopo tanti anni chiedendomi di prescriver loro degli ansiolitici. Posso farle anche l'esempio di persone che hanno fobie molto forti e hanno bisogno, quindi, di eseguire alcuni rituali, di allontanarsi da casa,  ma che, in questa situazione anomala, non possono farlo, e vengono quindi caricate di ulteriore ansia".

 

Vi sono, poi, tutti i disturbi depressivi. "Il male oscuro", come lo chiamava Berto. Un male che rischia di farsi ancora più buio in queste giornate. "Ho fatto sette anni di consulenze in casa circondariale - racconta Arreghini -. Com'è noto, l'incidenza dei disturbi mentali in quei luoghi è elevata. Ci si è chiesto se sia il luogo a determinarli o se ci siano situazioni pregresse. Quel che è certo è che nelle carceri il livello d'ansia e di depressioni è molto elevato. Il confinamento e la costrizione sono fattori scatenanti".

 

Le generalizzazioni non funzionano, e non funzionano soprattutto quando si parla di esseri umani. Ciascuno, infatti, è un mondo a sé e reagisce agli stimoli esterni in maniera diversa. Ci sono, però, delle costanti di massima che ci aiutano a descriverne comportamenti e risposte.

 

"La solitudine, ad esempio, - commenta Arreghini - per alcune persone diventa un momento di introspezione dal punto di vista psichico, per altre invece (la maggioranza) è l'anticamera di altri problemi. Penso agli anziani, per i quali una solitudine forzata è molto facile si accompagni ad uno scadere delle condizioni psichiche e fisiche".

 

Queste settimane, insomma, possono mettere a dura prova le nostre fragilità ma non dobbiamo per questo allarmarci. È del tutto normale, spiega lo psichiatra, sentirsi a tratti giù di tono o angosciati. Quando, però, questo stato d'animo diventa pervasivo e limitante, bisogna imparare a chiedere aiuto. Perché, non dimentichiamocelo, non si è mai soli e, là fuori, ci sono tante persone pronte ad ascoltarci. Ma come fare a capire quando l'ansia supera il limite fisiologico e diventa un problema clinico? Il dottor Arreghini ci aiuta a capirlo.

 

"Ansia è un termine generico. Potremmo descriverla come un aumentato allarme, un abbassamento della soglia a cui scatta un allarme. Normalmente la percezione dell'ansia fluttua, con ondate: al mattino, ad esempio, si percepisce la cosiddetta ansia anticipatoria che poi, durante la giornata, si placa. Se, invece, la percezione di allarme non si smorza ma diventa costante, dura nel tempo, non ha ristoro, è insomma una sensazione stabile, ecco allora che l'ansia diventa clinica".

 

"In questo periodo è normale avere un po' di ansia di sottofondo. Quando questa però si amplifica e diventa costante (in questo caso perché gli stimoli esterni mantengono elevata la quota di paura e preoccupazione) allora è necessario chiedere aiuto".

 

"Vi è poi una terza cosa, l'elemento cardine che fa propendere per l'uso di farmaci - continua il dottore -. Fin qui, infatti, si può migliorare la situazione con un approccio anche non farmacologico: vi sono infatti alcune efficaci tecniche di tipo psicologico (QUI per approfondire), anche l'esercizio fisico può aiutare. Però, ecco, quando l'ansia comincia a somatizzarsi, solitamente si propende per una cura farmacologica. I sintomi fisici, infatti, sono insidiosi. Una persona in preda all'ansia, infatti, può sentirsi la tachicardia, un cerchio alla testa, un senso di costrizione, tensione muscolare o problemi gastrointestinali. Chi non ha mai avuto questi disturbi va quindi magari dal cardiologo o del neurologo, ignorando il fatto che, in realtà, si tratta di ansia somatizzata. Spesso si alterano anche i ritmi circadiani, si dorme poco e male insomma. Si fa fatica ad addormentarsi, magari ci si sveglia nel cuore della notte e si riprende sonno solo al mattino. Un'altra conseguenza dell'ansia somatizzata è la perdita d'appetito, si fa fatica a mangiare, si ha lo stomaco chiuso, come si suol dire. Ecco, quando iniziano queste cose, è difficile  intervenire solo con tecniche non farmacologiche. Sono gli stessi psicoterapeuti, spesso, ad indirizzare i pazienti dagli psichiatrici. Oggi esistono farmaci molto efficaci".

 

Come ci spiega il dottor Arreghini, e come già detto, ognuno prova l'ansia a proprio modo. C'è chi ha un'ansia psichica e vive in una costante sensazione d'attesa come se qualcosa di sgradevole fosse sempre dietro l'angolo. C'è chi, quest'ansia, la somatizza, anche in modo molto forte. Altre persone, invece, non hanno una percezione immediata dell'ansia ma tendono ad una somatizzazione improvvisa ed acuta. In questi ultimi l'ansia si manifesta, nei momenti più impensati, sotto forma di attacchi di panico. Accelerazione del battito, respiro affannoso, formicolii, sensazione di svenimento, confusione e disorientamento: questi i sintomi più comuni negli attacchi di panico. Per questo spesso le persone, che per la prima volta sperimentano un attacco di panico, si rivolgono al pronto soccorso.

 

"E' bene quindi - commenta lo psichiatra - imparare a conoscersi, conoscere questi sintomi e cercare di capire quando si ha bisogno di aiuto".

 

Il dottor Arreghini, poi, lancia uno sguardo più lontano, a come sarà tornare "al mondo". Perché, quando tutto sarà finito (e fa bene ricordarlo al cuore: che tutto, prima o poi, finirà), dovremo riadattarci alla vita che abbiamo lasciato fuori. Riabituarci, insomma, alle cose. Quello sarà, forse, il passo più difficile.

 

"Ora non ho ovviamente elementi sufficienti per una valutazione complessiva - spiega lo psichiatra - ma temo che i maggiori effetti di questo isolamento li avremo dopo, soprattutto per questo riguarda la depressione. Esiste uno specifico disturbo, detto dell'adattamento, che si sviluppa soprattutto in relazione alla perdita, in senso lato: può trattarsi di un lutto, ma anche di una perdita di altro genere (perdita di un ruolo, perdita economica ecc.). Condizioni, insomma, che sconvolgono la nostra quotidianità e rischiano di creare disadattamenti. Queste conseguenze seguono un'onda più lunga, non si vedono in due settimane, a differenza dell'ansia che può manifestarsi in un'unica giornata . Temo, quindi, che dopo ci sarà una fase prolungata di "esplosione" psichiatrica. Lo stesso accadde, ad esempio, ed è stato anche studiato, dopo il trauma dell'11 settembre in America".

 

Nel manuale diagnostico usato dall'Organizzazione mondiale della sanità, il cosiddetto I.C.D. ( International Classification of Diseases) vengono descritti anche i disturbi dell'adattamento.

 

"I disturbi dell'adattamento - spiega lo psichiatra - si legano ad un disturbo ansioso-depressivo reattivo e si manifestano con i tipici sintomi dell'ansia e della depressione che, in questo caso, derivano da eccezionali cause esterne che non riguardano la vita interiore del soggetto. Può essere un licenziamento, un trasloco ecc. Questi disturbi hanno un impatto anche collettivo nel caso in cui siano dovuti a cause esterne generali e traumatiche: guerre ed epidemie, ad esempio".

 

"In questi casi, si fa fatica a riadattarsi alle cose a cui non siamo più abituati - continua -. Temo che questo sarà il quadro con il quale dovremo fare i conti. Molte persone cercheranno di adattarsi, e cercheranno di farlo avendo magari già avuto un primo disadattamento. Per molte persone, infatti, non è normale stare a casa per così tanto tempo, tutti insieme, e sono già disadattate  per questo. È, infatti, una situazione straordinaria:  nessuno di noi è abituato a stare a casa così. Per non parlare, poi, delle persone che hanno estremo bisogno di uscire di casa. Penso ai gravi disagi psichici".

 

E poi la conclusione, che lascia aperto uno spiraglio alla speranza.

 

"I sociofobici sono tra i pochi che fanno festa in questo momento - scherza il dottor Arreghini per stemperare la tensione -. Non devono giustificare a nessuno il proprio bisogno di stare in casa. Ci sono persone che hanno una fobia, patologica e insensata, e temono che le persone a loro care muoiano, nonostante queste persone siano in piena salute. Dato che ora tutti tocchiamo con mano quella paura, ecco che i fobici di quel tipo si sentono, in un certo senso, meno soli".

 

"Ci sono persone - conclude - che da questa situazione possono trarre un grande beneficio. Penso a coloro che hanno un alto livello di armonia relazionale con i figli e che possono trovare, quindi, in queste settimane, l'occasione per rinsaldarlo. Ci sono persone che stanno facendo cose che, da anni, per pigrizia o poco tempo, stavano rimandando. Insomma, queste settimane possono essere anche una risorsa. Ma è bene, e giusto, che gli sforzi siano volti anche a garantire, ora e dopo, la salute psichica di un'intera comunità".  

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