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Didattica a distanza, il professor Morelli: "Solo un idiota può credere che quello sarà il futuro dell'educazione"

L'intervista a Ugo Morelli: "Questa pandemia ha portato a galla i fattori critici che la scuola porta con sé ormai da molto tempo. Il rischio che si corre è che tra 15 anni ci troveremo bambini che diventeranno analfabeti di secondo livello e che sanno usare i social 24 ore su 24. Saranno cittadini facilmente manovrabili, e queste persone avranno il diritto di voto"

Di Claudia Schergna - 06 agosto 2020 - 18:09

PELLIZZANO. Fondi scarsi e classi sovraffollate, questa la scuola italiana che ci siamo abituati a vedere. Il trauma del covid-19 ci ha però costretti a guardare in faccia la realtà e ora una riforma scolastica sembra più urgente che mai. Non solo a livello ministeriale, si parla di una riforma sociale, una spinta affinché la scuola possa diventare base fondante delle nostre comunità.

 

Il comune solandro di Pellizzano ha organizzato un ciclo di conferenze su questa tematica, per sensibilizzare la comunità alle problematiche legate alla scuola e per confrontarsi su come sarà la scuola del futuro. L’assessora Francesca Tomaselli, lei stessa insegnante, ha spiegato come l’idea sia nata dalla volontà del Comune di Pellizzano, con Pro loco e Bim dell'Adige in collaborazione con il Centro di formazione Veronesi, di investire sull’educazione affinché diventi un volano sociale di crescita per l’intera comunità.

 

Domani sera, venerdì 7 agosto, si terrà la seconda conferenza di questo ciclo. A moderare l’evento il professore di scienze cognitive, saggista e psicologo Ugo Morelli, che ha condiviso con noi una riflessione riguardo gli scogli che la scuola si trova a dover sormontare in questo particolare momento storico.

 

Che cosa vorrebbe far emergere in particolare dalla conferenza di questa sera?

Questa sera si cercherà di capire che cosa ne è della scuola alla luce dei cambiamenti più recenti e del trauma del Covid, che ha interessato particolarmente i bambini. Il secondo grande argomento sarà il disinvestimento pubblico riguardo il tema della scuola. La scuola è stata lasciata per ultima, sia a livello nazionale che provinciale. Il tema centrale sarà, non tanto che cosa fanno i governanti, soprattutto a livello provinciale, ma più che cosa ha messo in evidenza il covid. Credo che questa pandemia sia stato un evidenziatore, ha portato a galla i fattori critici che vanno avanti ormai da molto tempo.

 

Il rischio che si corre è che tra 15 anni ci troveremo bambini che diventeranno analfabeti di secondo livello, che sanno usare i social 24 ore su 24 ma non sono consapevoli. Saranno cittadini facilmente manovrabili, e queste persone avranno il diritto di voto.

 

Che cosa possono fare le comunità per attivarsi direttamente? 

Innanzitutto bisogna guardare ai lati negativi perché non sono paragonabili: durante il lockdown una percentuale molto alta di famiglie non aveva la possibilità di collegarsi, si parla di più della metà dei bambini e degli adolescenti in Italia. Poi ci sono tutti coloro che avevano mezzi limitati, famiglie con tre figli o più che si dovevano dividere lo schermo per poter seguire le lezioni. E tutto questo carico è stato delle mamme, aggravando il peso della subordinazione femminile.

 

Quali sono stati (se ci sono stati) i lati positivi dell’educazione a distanza?

I lati positivi ci sarebbero stati se questa fosse stata una scelta. Se l’avessimo pianificato forse ne avremmo tratto qualcosa di buono. Però purtroppo per avere un rapporto a distanza bisogna prima di tutto avere un rapporto nella realtà. Per avere l’educazione a distanza che funzioni bisogna partire da una realtà di gruppo che funziona. Noi siamo corpi che producono menti, non menti astratte! Solo un idiota può sostenere che quello è il futuro dell’educazione. É stato decisamente opportuno e molto responsabile il gesto fatto dal comune di Pellizzano. In questi mesi su questa questione i dibattiti sono stati praticamente nulli. Se ne sente parlare di tanto in tanto ma non si arriva mai ad una discussione. Abbiamo una ministra dell’educazione che continua a smentirsi.

Manca un senso di comunità nell’istruzione. L’ipotesi che studenti costruiscano piccoli gruppi per sostenersi è praticamente nulla. Ci sono spazi sfitti, la città di Trento è praticamente vuota, ma nessuno si è chiesto a che cosa possono servire questi spazi?

 

Secondo lei, il trauma causato dalla pandemia, porterà a qualche riforma nell’educazione, sia a livello amministrativo che sociale?

Finalmente forse potremo dire addio a quest’assurdità della classi formate da 20-30 studenti, che sono state fatte solo per risparmiare. Forse ci si renderà conto che non possono funzionare.

 

Quando verso marzo, aprile ho iniziato a vedere in giro i cartelli con scritto “andrà tutto bene”, sono stato molto male perché non ho mai creduto che il trauma ci redimesse. Non andrà “tutto bene”, andrà abbastanza bene o abbastanza male in base a come saremo capaci di farla andare. In base a quello che vedo ora andrà abbastanza male.

 

Basta guardare la provincia di Trento, che ha l’autonomia della scuola, e analizzare i contenuti delle dichiarazioni dell’assessore all’istruzione sul tema. Se andrà come la pensa l’assessore, non andrà abbastanza male, andrà malissimo. Certo, andrà abbastanza bene se la comunità si attiverà e riusciremo ad entrare nella mentalità che l’istruzione è un fatto pubblico, la scuola è la società stessa, la scuola non è una edificio dove bambini ed adolescenti vengono rinchiusi. Per ora il mio atteggiamento è scettico, non pessimistico, ma di sano scetticismo.

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