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Mentre si contano i morti, il mondo osserva preoccupato verso Beirut. Crocco: “La crisi del Libano porta a quella di tutto il Medio Oriente”

Le conseguenze dell'esplosione avvenuta nella giornata di martedì 4 agosto a Beirut colpiranno un Paese già in ginocchio per una durissima crisi economica. Il direttore dell'Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo Raffaele Crocco: "Rischio di frammentazione o assorbimento da parte della Siria. Se va in crisi il Libano va in crisi tutto il Medio Oriente"

Di Davide Leveghi - 05 agosto 2020 - 18:00

TRENTO. Mentre a Beirut stanno proseguendo le attività di messa in sicurezza della zona e di ricerca di eventuali superstiti (con le autorità che hanno invitato ad allontanarsi dalla città per evitare le esalazioni delle nubi tossiche), il mondo osserva con sguardo piuttosto preoccupato alle possibili conseguenze per il Paese e per la zona di quello che si deve ancora capire se sia un terribile incidente o un folle attentato. Per ora, il bilancio in termini di vite umane e immediati effetti della deflagrazione è terribile: oltre 100 i morti, più di 4000 i feriti, metà almeno della città con danni subiti e buona parte del porto distrutto.

 

Già in ginocchio per una pesantissima crisi economica, scosso da proteste di piazza che durano da mesi, il Libano rappresenta una realtà che da decenni ha smesso di essere quel Paese definito nel secondo dopoguerra la “Svizzera del Medio Oriente”. Con una popolazione composta da tre principali gruppi religiosi, i musulmani sunniti, i musulmani sciiti e i cristiani, dalla guerra in poi, scoppiata per la prima volta nel 1975, vive in un fragile equilibrio dove concorrono all'alimentare tensioni le grandi forze politiche regionali, dal vicino Israele all'Iran, dall'Arabia Saudita alla Siria.

 

“Dal punto di vista economico la crisi che il Libano sta attraversando è durissima – spiega il direttore responsabile dell'Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo Raffaele Crocco – probabilmente la più dura crisi finanziaria della storia libanese. Il costo della vita è cresciuto in maniera smisurata, spingendo la popolazione nelle piazze. Le proteste durano da mesi. In più il Libano rimane stretto tra molte 'voglie'. La Siria lo considera un proprio protettorato, per estensione lo fa anche l'Iran, che appoggia la componente sciita. La sacca cristiana è una presenza molto forte e anche Israele ha i propri interessi a tenere a bada la situazione. Di fondo questa è una terra che non ha mai trovato pace”.

 

Le origini della travagliata storia recente, dunque, vanno ritrovati a cavallo tra gli anni '70 e '80, quando il Libano ha smesso di essere quell'oasi felice che era stata fino a quel momento. “Considerata la 'Svizzera del Medio Oriente' fino agli anni '70, il Libano non è più così – prosegue – la crisi che sta vivendo può creare le basi per un'ulteriore frammentazione o per un assorbimento siriano. È un evento che ha accelerato il fenomeno e che potrebbe peggiorare con questo episodio. Potrebbe riprendere la guerra”.

 

 

Con le autorità locali che ancora non si sbilanciano, Israele ed Hezbollah che si sono prodigate immediatamente a smentire ogni possibile coinvolgimento, dall'altra parte da Washington è arrivata un'indicazione inequivocabile: è un attentato. Ma la verità è che è ancora troppo presto e che sbilanciarsi non fa altro che gettare benzina su un fuoco che già ardeva precedentemente. “Non ho idea di cosa sia successo ma vedendo le immagini sono più propenso a considerarlo frutto di un incidente. Per ora non c'è certezza. Dal punto di vista della gravità e delle conseguenze immediate per i libanesi cambia poco”.

 

Nell'esplosione, infatti, sono stati danneggiati i silos di grano, il porto di Beirut è distrutto. Stiamo parlando di un Paese che dipende completamente dalle importazioni, che non produce nulla. Il rischio è che quindi i libanesi patiscano la fame. Il Paese, in un momento che non si poteva permettere, è stato messo in ginocchio, con i contagi dall'altra parte che crescono. Il quadro, complessivamente, è drammatico. È chiaro poi che se si dovesse venire a sapere che qualcuno ha forzato la mano dando vita ad un attentato la situazione diventerebbe ingestibile anche per gli attori coinvolti”.

 

 

Trump, da parte sua, ha sempre gettato benzina sul fuoco – continua Crocco – non sorprende dunque che abbia indicato come causa dell'esplosione un attentato. D'altronde in questo momento a lui servono dei nemici esterni per distogliere l'attenzione dalla crisi economica che ha travolto gli Usa e dalla situazione del Covid. Considerando in che area è avvenuto il fatto non mi sorprenderebbe che desse la colpa all'Iran, da sempre considerato uno dei cosiddetti Paesi canaglia”.

 

E le possibili conseguenze per la zona? “Bisogna capire prima cosa sia successo – conclude – ad ogni modo vediamo se il governo libanese sarà in grado di mettere in atto un intervento straordinario. I singoli elementi libanesi si compatteranno o si disgregheranno? Nell'area il ruolo del Libano è fondamentale, visto che rappresenta quella zona franca in cui ci si può sedere a un tavolo per fare affari o stringere accordi. La crisi del Libano è la crisi di tutto il Medio Oriente”.

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