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"Settimana dell'accoglienza" ai tempi del Covid. "Mai come oggi abbiamo bisogno di essere comunità. Bisogna pensare alle periferie e agli ultimi"

La Settimana, organizzata da Cnca del Trentino Alto Adige, parte proprio dalla panedmia che ci ha insegnato, in modo brutale, che non ci si salva da soli. Ci ha insegnato che l’altro è parte costitutiva della nostra stessa libertà. E’ emersa un’idea di fratellanza come fatto non di sangue o di stirpe, ma come sentimento profondamente umano dell’essere sempre in relazione con l’altro

Di Arianna Viesi - 02 luglio 2020 - 19:29

TRENTO. Anche per questo 2020, per il sesto anno consecutivoCNCA (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza del Trentino Alto Adige) propone la sua Settimana dell’accoglienza "La comunità che si prende cura" che andrà in scena in autunno, probabilmente tra fine settembre e inizio ottobre.

 

Il programma completo della Settimana, che coinvolge numerosi enti sia in Trentino che in Alto Adige, verrà pubblicato fra qualche mese.Quel che è certo è che tutti gli enti (in un giorno ancora da stabilire) ad una determinata ora "occuperanno" simbolicamente un ponte della propria zona. Un flash-mob dal forte significato perché, di questi tempi, di ponti ne abbiamo tutti bisogno. 

 

La pandemia (con il conseguente distanziamento sociale) ha messo in luce un aspetto, spesso sottovalutato, del nostro essere umani: noi, tutti, abbiamo bisogno di comunità. Ne abbiamo necessità urgente, proprio ora, dopo mesi di isolamento e di comunicazioni a distanza, dopo una ripresa dei contatti che è segnata per molti da forti timori e molta prudenza a cui fanno da contraltare tante persone pervase da un desiderio di buttarsi tutto alle spalle, come nulla fosse accaduto.

 

Ma quello che è successo (e che probabilmente richiederà molto tempo per essere adeguatamente elaborato) ha cambiato tante, tante cose: durante il lockdown, e nelle settimane che lo stanno seguendo, sono aumentate non solo le distanze sociali, ma anche quelle concrete, in termini di aspettative, di possibilità, di lavoro, di reddito, di inclusione.

 

Lo scorso anno, al centro della Settimana dell'accoglienza, erano state messe le solitudini (ché solitudine non è una cosa sola), e si era cercato di capire come prendersene cura, arginarle, comprenderle. La pandemia, quest'anno, non ha fatto altro che acuirle, queste solitudini. Ma, nella tragedia, ha anche mostrato come ci siano (tante) persone e associazioni capaci di farsi carico e prendersi cura di una comunità, di un'umanità intera. La pandemia ci ha insegnato, in modo brutale, che non ci si salva da soli. Mai. Ci ha insegnato che l’altro è parte costitutiva della nostra stessa libertà. E’ emersa un’idea di fratellanza come fatto non di sangue o di stirpe, ma come sentimento profondamente umano dell’essere sempre in relazione con l’altro. La pandemia, il virus ci hanno insegnato l’importanza insostituibile della relazione, del rapporto, di sentirsi comunità.

 

La pandemia ci ha insegnato che abbiamo bisogno, intorno a noi, di una comunità pensante, tollerante, attenta, di persone che sanno prendersi cura degli altri. Ed è proprio sulla scorta di queste riflessioni che CNCA propone la sua Settimana dell’accoglienza, la sesta, consapevole delle difficoltà nella organizzazione e gestione degli eventi che in essa sono contenuti, ma allo stesso tempo convinta che mantenere nonostante tutto l’appuntamento sia davvero importante.

 

E’ importante infatti, in questo delicato momento, riaffermare i valori e le pratiche che la Settimana promuove ed evidenziare il ruolo fondamentale che le reti solidali, formali e informali, hanno avuto e stanno avendo in questa fase di emergenza per garantire coesione sociale e attenzione ai più fragili.

E’ importante porre all’attenzione di tutti l’urgenza di ritessere fili, relazioni, legami, connessioni e provare a ripartire, per un nuovo modo di stare insieme, di contare e contarci, di guardare alle persone come soggetti portatori di diritti inalienabili e non come consumatori, come cittadini responsabili e non come individui alla ricerca del proprio particolare. Di prendersi cura di se stessi, degli altri, del bene pubblico, in altre parole della qualità complessiva della vita. Parole come relazione, spazi di vita, salute e ambiente sono parole chiave per ridare un senso, un significato al nostro vivere collettivo, e sono anche le parole chiave della nostra settimana.

 

Le relazioni sono fondamentali per una comunità che sappia e voglia accogliere tutti e sia capace di valorizzare quanto di straordinario è stato fatto in questi mesi da moltissime persone nel campo sanitario, educativo, dell’assistenza, dei servizi essenziali, del volontariato e farne tesoro.

 

Si potrebbe parlare di resilienza: trasformare il buio in luce, mantenere le trame luminose mostratesi durante l'emergenza, prendersene cura. Quando le persone vivono relazioni positive di scambio, si modifica il significato stesso che esse attribuiscono alla loro condizione. Molte barriere, minacce, paure, identificazione di nemici, difficoltà, inadeguatezze, insoddisfazioni che logorano le persone in tutti i loro ambienti di vita, sono socialmente costruite, nascono dal modo di agire e di vedere la realtà che si sono affermati in una determinata comunità.

 

Occorre ri-creare spazi di vita, di socialità, di incontro, di scambio, di espressione culturale, di creatività. Non è utopia, è condizione per ridisegnare una nuova modalità di stare assieme. Non sulle paure, non sulle chiusure, non sulla differenziazione, sulla diffidenza, ma sull’inclusione, sullo scambio, sulla reinvenzione di una qualità urbana che metta al centro le persone e non gli interessi, i bisogni e non gli affari.

 

La Settimana dell'accoglienza, quest'anno, vuole ragionare proprio su questo: sulla necessità di prendersi cura soprattutto delle periferie, urbane e di valle, di ripensare alle persone che le abitano, alle loro problematiche, alle loro necessità.

 

Fra queste c'è (e la pandemia ce l'ha drammaticamente insegnato) la salute, diritto fondamentale che deve essere garantito a tutti. Come sta scritto nell’art. 32 della Costituzione salute intesa “non come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico”.

 

E hanno ben presente i gruppi di CNCA anche la sfida grandissima che riguarda l’ambiente, da quello globale, a quello del proprio microcosmo, come condizione necessaria, indispensabile per favorire uno sviluppo di comunità e una qualità del
benessere
. La Settimana dell’Accoglienza del 2020, con i limiti nostri e quelli imposti dalle necessarie regole, va nella direzione di costruire occasioni di riflessione complessiva sulla fase che stiamo vivendo, sul futuro prossimo, ma anche su quello a lungo termine.

 

Occasioni anche per costruire reti, valorizzando tutto ciò che di notevole e straordinario in questi mesi è stato messo in campo; per elaborare progetti che vadano nella direzione di una comunità che sia cooperativa, solidale, responsabile, ecologica, aperta. Una comunità in definitiva che si assume il compito di costruire relazioni, spazi, qualità della vita, con singoli, associazioni, gruppi, istituzioni di base che si prendono cura di se stesse e degli altri, contrastando la deriva individualistica, la rottura delle relazioni, la conflittualità micro e macro, il fastidio di occuparsi del bene pubblico.

 

Su questo ci si vuole interrogare, di questo si vuole discutere, cercando proposte, alleanze, entusiasmi. "Siamo idealisti concreti”, o “sognatori con i piedi nel fango”, come ama dire l'ex presidente nazionale di CNCA Armando Zappolini. "Altrimenti non saremmo qui".

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