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''Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie'', ecco l’ultimo libro di Francesco Filippi. "Il fenomeno nazionale di più lunga durata"

Lo storico levicense Francesco Filippi, già autore del fortunato “Mussolini ha fatto anche cose buone”, ha lanciato la sua ultima fatica letteraria. “Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie” non solo ricostruisce la storia del colonialismo italiano, ma ne indaga anche i residui lasciati nella coscienza pubblica nazionale

Di Davide Leveghi - 13 October 2021 - 16:07

TRENTO. “Noi però gli abbiamo fatto le strade” oltre ad essere il titolo dell’ultimo libro dello storico levicense Francesco Filippi, è anche argomentazione ripetuta per giustificare il colonialismo. Una storia lunga, quella degli italiani oltremare, “il fenomeno di più lunga durata della storia nazionale, che da solo attraversa la storia liberale, quella fascista ed infine quella repubblicana”, ma che continua ad essere latitante nella memoria pubblica del Paese. Perché?

 

Il sottotitolo del libro dà subito un indizio: “Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie”. Filippi, autore di Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (QUI l’articolo), Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto (QUI l’articolo) e Prima gli italiani! (sì, ma quali?) (QUI l’articolo), ricostruisce in breve la storia del colonialismo nostrano dalle origini (1869) fino all’ammaina bandiera finale (1960), riflettendo sull’omesso, le distorsioni e i residui del fenomeno nella mentalità e nella memoria degli italiani.

 

Ciò che ne viene fuori è un denso ed agevole saggio, capace di aprire uno squarcio sulla “più clamorosa amnesia nazionale”. “Il colonialismo in Italia rappresenta il trait d’union che tiene assieme le tre epoche, liberale, fascista e repubblicana – ha spiegato lo storico nella serata al Centro sociale Bruno di Trento, la prima presentazione pubblica del libro – è un fenomeno addirittura più longevo dell’Italia sabauda, del fascismo o della repubblica stessa. E per tutta l’esperienza coloniale, si trova una continuità di intenti, di brutalità, di mentalità, in cui il fascismo, su cui si scaricano spesso le maggiori responsabilità, non fu in realtà che un tassello”.

 

Attorno al colonialismo italiano, infatti, aleggia ancora una “foschia” di stereotipi, pregiudizi, oblio; e questo nonostante gli importanti contributi storiografici, che a fatica si sono riusciti ad imporre all’interesse pubblico, non riuscendo però a scalfire i miti più radicati nella coscienza nazionale, su tutti quello dei colonialisti “buoni” – di contro a quelli “cattivi”, gli inglesi e i francesi in particolare.

 

Attraverso una serie di episodi, Filippi illustra quanto da una parte la presa di coscienza degli italiani sulle proprie responsabilità nelle colonie sia stata bypassata dalla perdita in guerra delle stesse – e quindi dalla mancata partecipazione al travagliato percorso della decolonizzazione – dall’altra come quasi un secolo di colonialismo abbia in realtà profondamente influenzato l’immaginario nazionale, plasmando la visione dell’altro. “Una volta perse, le colonie non si narrano più – ha incalzato – o al massimo si ricostruiscono attraverso gli stereotipi con cui erano sempre state raccontate”.

 

Visto come “straccione”, tardivo, improvvisato e “arrabattato”, il colonialismo italiano fu in realtà fortemente caratterizzato dalla violenza. Ad imporre il controllo è l’esercito, gli italiani vengono conosciuti dai colonizzati innanzitutto in divisa, in guerre che sono “scontri di maschi contro maschi” – tanto che è la donna nera, disumanizzata, “selvaggia” e infantilizzata, ad essere oggetto privilegiato dell’appropriazione dei colonizzatori sui colonizzati.

 

Il colonialismo italiano, sostenuto dagli inglesi e diretto verso le terre rimaste disponibili nella spartizione del “continente nero”, fu “impresa nazionale” condivisa da larghi strati della classe dirigente, anche progressista (pensiamo al discorso del poeta Pascoli intitolato “La grande proletaria s’è mossa”, dedicato alla guerra in Libia), capace di modellare la storia di intere popolazioni. Ed è proprio questo uno dei punti di maggior interesse che emergono dal libro di Filippi: se in Italia la mancata decolonizzazione cancella ogni possibile – anche se complicata – rielaborazione, oltremare la colonizzazione ha fortemente lasciato la propria impronta.

 

“I nomi di Eritrea, Libia o Somalia sono invenzioni degli italiani – ha spiegato lo storico – Abissinia, invece, è termine che serve per rendere ‘vergine’ un territorio già conosciuto nel mondo greco con il nome di Etiopia. È un modo di fare tabula rasa, per permettere così di giustificare l’intervento civilizzatore dei colonizzatori italiani. Intervento, tra l’altro, che dopo la Seconda guerra mondiale permetterà all’imperatore etiope Hailé Selassié di beneficiare dell’unificazione coloniale italiana dell’Africa Orientale, legando in un’unica entità statale Etiopia ed Eritrea”.

 

Tanti sono gli spunti offerti da Filippi per comprendere rotture e continuità dell’esperienza coloniale nella mentalità degli italiani; non solo attraverso il racconto sintetico delle fasi di espansione, conclusa con l’aggressione all’Etiopia e la Seconda guerra mondiale, ma anche con l’analisi del rapporto fra l’Italia e le sue vecchie colonie a partire dal dopoguerra, fino alla partecipazione negli anni ’90 di reparti dell’esercito alla missione Onu Restore Hope, durante la guerra civile in Somalia.

 

“Noi però gli abbiamo fatto le strade”, dunque, è un’utile testimonianza per comprendere che anche gli italiani hanno partecipato e creduto alla missione civilizzatrice dell’uomo bianco. La frase stessa, usata come legittimazione del proprio intervento civilizzatore – “perché la strada è tangibile, immaginifica e propagandisticamente visibile”, sottolinea Filippi – è la dimostrazione proprio di questo autoinganno. “Queste infrastrutture – conclude – furono costruite per controllare il territorio”. Ad uso e consumo dei colonizzatori.

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